In un nostro articolo del 20 febbraio scorso, stigmatizzavamo la possibile implementazione dell’euro digitale richiamando i pericoli relativi alla privacy e ad un uso improprio della sua infrastruttura tecnologica qualora si assistesse a un tragico cambio del regime democratico.
Possiamo tirare un sospiro di sollievo. È notizia di oggi che la proposta su questo tema formulata il 9 febbraio da Stefan Berger (CDU) non verrà discussa alla prossima e ultima plenaria che si terrà a giugno. Se ne occuperà il prossimo parlamento europeo.
Interessante, per capire lo stato dell’arte, analizzare alcuni passaggi dell’intervento all’Associazione Bancaria Italiana tenuto da Pietro Cipollone, membro italiano del comitato esecutivo della BCE ora referente del progetto.
Cipollone ha rassicurato gli astanti dichiarando che le caratteristiche dell’euro digitale «assicurano l’assenza di un impatto significativo o negativo sulla stabilità finanziaria» e che «i tempi sono maturi per concentrarsi sul valore aggiunto e le opportunità commerciali innovative» della valuta digitale.
Queste due frasi sono piuttosto criptiche se lette con una lente economica.
La prima domanda che ci soggiunge è: se, come dichiarato da Cipollone, è assicurata l’assenza di un impatto significativo o negativo sulla stabilità finanziaria, allora questa valuta digitale, tolta la comodità per i cittadini, che scopo avrebbe?
I pagamenti digitali esistono da decenni: tutto ciò che non presuppone l’uso di denaro fisico è un pagamento digitale, un esempio fra tutti le nostre carte di credito, i bancomat e le prepagate. Ancora una volta sulla natura e lo scopo di questo strumento non siamo in grado di capire in cosa dovrebbe differenziarsi da quelli che abbiamo già.
O meglio: lo capiamo se leggiamo bene la seconda dichiarazione riportata: «i tempi sono maturi per concentrarsi sul valore aggiunto e le opportunità commerciali innovative».
Le ultime tre parole suonano alle nostre orecchie come piuttosto particolari, per non dire incoerenti con gli scopi della BCE.
Cosa si intende per “opportunità commerciali innovative”? La BCE ha intenzione di diventare un ente commerciale? L’euro digitale quindi sarà un prodotto da vendere e non una valuta? Questa seconda dichiarazione la capiremmo da parte di una banca intenzionata a proporre alla sua clientela un prodotto nuovo, da parte della BCE invece ci fa alzare decisamente il sopracciglio.
Cipollone ha aggiunto che le banche commerciali manterrebbero un ruolo importante nella distribuzione della nuova valuta nonché nei servizi aggiuntivi legati ad essa.
Ancora una volta ci sfugge dove la BCE voglia andare a parare: l’euro digitale nasce per i cittadini o nasce per le banche? Su questo non viene data risposta.
E intanto si inizia già a parlare di costi e di chi li dovrà pagare.
Su questo tema Cipollone si è confrontato con Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, chiarendo che gli oneri sarebbero una tantum ma ha anche puntualizzato sullo scenario inverso…e avverso…in cui operatori diversi dalle banche, leggi big-tech, sottraggano alle stesse il business dei pagamenti digitali e i dati relativi alle transazioni.
Per quanto riguarda invece l’infrastruttura tecnologica e giuridica, punti chiave dell’intero progetto, non emergono elementi di valutazione, cosa che ci fa immaginare che al momento a Bruxelles si brancoli un po’ nel buio.
Speriamo si continui così.







