Se valesse la pena rieditare Rinascita, il celeberrimo settimanale togliattiano del secolo scorso, ancora di più lo sarebbe ristampare quello passato. Solo per rileggere i salti mortali dal marxismo al leninismo, due dottrine opposte, che il Pci voleva far combaciare e pure superare, in un nuovo approccio democratico e completamente ignoto. Ancora più bello sarebbe rileggere gli studi gramsciani che Rinascita dispensava regolarmente, ora che Angelo Rossi e Giuseppe Vacca, hanno dimostrato, carte alla mano, che Gramsci era stato denunciato come trotskista, Mussolini lo voleva salvare e Stalin far crepare in carcere.
Ma gli articoli che più varrebbe la pena di rileggere sono quelli che maggiormente furono letti e discussi della rivista, i famosi tre successivi al golpe cileno del 1973, a firma di Enrico Berlinguer, questo grande ed eccezionale uomo politico dell’età passata. Ne abbiamo ritrovato un frammento che volentieri riproponiamo. “Nessuna persona seria può contestare che sugli avvenimenti cileni ha pesato in modo decisivo la presenza e l’intervento dell’imperialismo nord-americano. La coscienza popolare l’ha avvertito immediatamente. Al di là di pur illuminanti episodi della cronaca politica e diplomatica relativa ai giorni del golpe e a quelli immediatamente precedenti, sta il fatto che, fin dall’avvento del governo di Unità popolare i gruppi monopolistici nord-americani presenti con posizioni dominanti nell’economia cilena (rame, Itt) e i circoli dirigenti dell’amministrazione degli Usa hanno intrapreso una sistematica azione su tutti i terreni – dalla guerra economica alla sovversione – per provocare il fallimento del governo Allende e per rovesciarlo”. E pensare che all’epoca non c’era nemmeno Trump.
Ora, di sicuro Berlinguer aveva ragione, gli interessi americani erano stati colpiti pesantemente dalla vittoria di Allende e la promessa nazionalizzazione delle aziende straniere faceva rabbrividire tutti coloro che avevano titoli al portatore delle stesse e quindi è più che possibile, ahinoi, che centinaia di individui che si vedevano espropriate da quelle che consideravano loro proprietà, si lamentassero rumorosamente. Ancora Allende non era riuscito a mettere le ganasce alla libera stampa, ci stava lavorando. Invece Berlinguer ignorava che Allende non aveva preso il fatidico 51 per cento, che a suo giudizio in Italia come in Cile non sarebbe bastato a governare serenamente un paese occidentale per una forza che ancora guardava con entusiasmo a Mosca. Allende non arrivò nemmeno al 40 per cento dei voti. Semplicemente, la legge elettorale cilena, consentiva ad un presidente di essere eletto senza maggioranza numerica. Bastava che l’elettorato si spaccasse in tre parti. I due candidati sconfitti dal leader socialista, la destra ed il centro cattolico, lo furono perché non avevano raggiunto un’intesa.
Berlinguer, nella sua analisi sui fatti del Cile, omette il dettaglio che Allende non aveva dietro di se la maggioranza parlamentare e nemmeno quella del voto popolare. Allende aveva solo la divisione politica dei suoi antagonisti che insieme rappresentavano la maggioranza del paese. Davanti agli sciagurati propositi del presidente eletto di totalizzare il Cile, destra e centro trovarono quell’accordo politico che non c’era stato durante la campagna elettorale. I militari passarono all’azione e poi misero da parte la classe dirigente che contava di tornare in sella. L’imperialismo americano centra poco o niente. Centra il fatto che l’esercito mettendo a tacere la minoranza socialista, ritrovò comunque un vasto consenso nel paese che si sarebbe esaurito nell’arco di vent’anni. Il Cile divenne socialista appena non ci fu più l’Unione sovietica a cui Allende voleva fornire la base in Sud America che non era riuscita ad ottenere a Cuba.
Se Berlinguer non conosceva i sistemi elettorali dei paesi sudamericani e dunque ne equivocava le condizioni, senza comprendere che con il 51 per cento del voto Allende sarebbe stato saldissimo e gli americani non avrebbero potuto fare un bel niente tranne invadere il paese, oggi che non c’è più Rinascita, all’opposizione manco capiscono che vorrebbero andare al governo sotto il 51 per cento dei voti, e forse non sanno fare di conto. Metti insieme il campo largo, Schlein, Conte, Fratoianni e quello non vince nemmeno con l’elmetto in testa ed il mitra in mano. Sono staccati dall’attuale coalizione di maggioranza di almeno dieci punti. Servirebbe il terzo polo per essere competitivi, infatti Bettini voleva aggiungere una tenda indiana. Solo che non è che basta la sommatoria delle sigle, servirebbe anche una qualche politica, per rendere plausibile un’alleanza fra degli scalmanati di piazza e dei parlamentaristi convinti, qualcosa come quella fra i sanculotti ed i giacobini che rovesciò il governo realista in Francia.
Nell’attesa non resta che sperare nella nuova Rinascita. Magari si pensa e si scrive qualcosa.
licenza pixabey








Signor Bruno, guardi che secondo i sondaggi Pd più’ 5 Stelle più’ Avs arrivano a 5 punti di distacco dal Centrodestra, non una decina. Se si fa poi l’alleanza con Azione, Pri, IV, Più Europa e Psi il Centrosinistra e’ nettamente davanti. Però è chiaro, poi bisognerebbe saper governare insieme.