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Un dibattito più stucchevole che anacronistico

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
30 Aprile 2023
in L'editoriale
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“Il peccato è nel pensiero”, Robespierre nella Danton Tod, di Georg Buchner

I fieri custodi dell’ortodossia antifascista mostrano a volte un’idea piuttosto approssimativa del fenomeno storico del fascismo. Un illustre parlamentare di origine pannelliana si è scagliato contro il fascismo perché avrebbe sottomesso lo Stato al partito. Per la verità, come insegnava Pannella, quella era la Democrazia Cristiana. Mussolini da buon leninista si era convinto della correzione in corsa del capo bolscevico e che quindi lo Stato non poteva essere governato anche dalla cuoca. Mussolini era un dittatore, non necessariamente un fesso, e usò il minimo possibile il partito nello Stato, preoccupato di rimettere questo interamente sotto la sua influenza personale. C’è una profonda differenza fra il fascismo ed il nazional socialismo e lo stalinismo proprio a riguardo della teoria dello Stato, Mussolini pone lo Stato sopra il partito relegato ad un ruolo ausiliario o di intendenza, mentre Hitler e Stalin collocano il partito sopra lo Stato preoccupati come sono di controllare solo il partito. Mussolini vuole controllare lo Stato autonomamente dal partito, poi si potrà discutere se ci riuscirà o meno, Hitler riteneva che il duce avesse completamente fallito. Il partito fascista dopo la presa del potere non conta più niente, ragione della rabbia di tanti ras di provincia, ad esempio Farinacci, ma anche di Balbo e dall’ascesa di un giovane aristocratico nullafacente di belle speranze come il conte Ciano. Se guardiamo alla composizione dei governi Mussolini, dopo l’omicidio Matteotti, vediamo come il problema di Mussolini sia quello di arginare i suoi gerarchi con i prefetti, tanto da far dimettere De Bono da capo della polizia per Bocchini che con il partito non centrava niente. Ma anche a Graziani, dopo la conquista della Cirenaica, viene data una tessera del partito ad honorem, perché il generale non l’aveva mai chiesta. Dai diari di Ciano questa situazione è molto evidente in tutti gli anni trenta con una critica feroce di Mussolini nei confronti dei principali esponenti del fascismo, ad esempio De Vecchi. C’è una sola eccezione per lo meno fino al 1936, che concerne Dino Grandi. Nonostante i rapporti personali siano tesi fra Grandi e Mussolini, e di conseguenza Ciano che rifrange all’epoca la sola personalità del duce, Grandi gode di una considerazione e di una indipendenza che gli altri gerarchi non hanno. Grandi è l’unico fascista che il governo inglese stima, anzi si potrebbe dire che all’indomani dell’aggressione in Etiopia, solo più Grandi di tutto il regime fascista goda di una certa confidenza con Downing Street. Mussolini non aveva ancora deciso cosa fare delle sue relazioni con l’Inghilterra. Il duce era la persona meno decisionista di tutta la storia italiana, un vero sor tentenna, tanto che l’opinione espressa al mattino, la sera è completamente diversa. Se volete trovare un vero decisionista, bisogna rifugiarsi in Giolitti.

Questo breve excursus storico ci sarà perdonato perché mentre qui da noi si è discusso una settimana sulle presunte simpatie fasciste del nostro governo, l’onorevole Meloni veniva ricevuta solennemente dal premier conservatore britannico, e insignita di un riconoscimento da una associazione di quel partito. Una cosa che Mussolini personalmente non avrebbe mai potuto fare. Ci pensava Grandi, anche alle onorificenze. Non è un dettaglio, è una questione di fondo che la politica italiana intenta a valutare le opinioni dell’onorevole Meloni non ha colto. Non contano niente le opinioni dell’onorevole Meloni sulla storia d’Italia, di certo la signora non centra nulla con il regime fascista, come nulla poteva centrare il giovane Ramelli. In filosofia tutto è nel pensiero, in politica tutto è solo nell’atto. L’atto è quello compiuto in Gran Bretagna e forse domani anche in Francia se è vero che Macron vuole un asse con l’Italia per ridiscutere i parametri del debito con la Germania. In questa luce tutta la questione del fascismo e dell’antifascismo sembra per lo meno anacronistica. Se Meloni e la Russa fossero antifascisti non sarebbero cresciuti nel Msi e visto che il Msi era riconosciuto come un soggetto legittimo della repubblica parlamentare, non si capisce cosa si chieda all’onorevole Meloni. Al presidente La Russa si può chiedere invece un maggior profilo istituzionale. Se non piace il Msi e non piacciono Meloni e La Russa, nessuno ci obbliga a sostenerli, siamo una democrazia appunto, non un regime fascista. Quanto al governo bisogna valutarlo su quello che fa non sull’ideologia che si presume di attribuirgli. Soprattutto perché Gentile aveva un’ideologia non iI fascismo che era solo un’avventura, liquefatto appena fuggita la promessa di gloria. I greci antichi dicevano conosci te stesso, ed è stata una grande verità. Bisogna anche però un minimo conoscere il proprio avversario, altrimenti sarà difficile riuscire a batterlo. Non per altro, magari non ce ne siamo accorti, per ora le stiamo prendendo.

Galleria della presidenza del Consiglio dei Ministri

Tags: .GrandiCiano
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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