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Un mascalzone di successo

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
19 Gennaio 2025
in Cultura
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Lo studio del fascismo, soprattutto quello che si conosce in Italia da De Felice a Buchignani, è un conto. La spettacolarizzazione del fascismo, con la versione romanzata di Scurati è cosa completamente diversa. Giunta a metà percorso la serie televisiva Sky M, il figlio del secolo, crea una grande confusione. L’unico a credere nelle possibilità di riuscita della marcia su Roma sembrerebbe Italio Balbo. De Vecchi era contrario, un suicidio, e Mussolini la pensava come De Vecchi. Benito aveva le valige in mano per fuggire in Svizzera con l’amante. Il che, se non l’inizio, per lo meno ricorda l’epilogo. M pensava di poter ottenere un ministero per se e gli sarebbe parso già tanto. Solo Balbo dice di voler prendere tutto. Questa la ricostruzione televisiva di quei giorni drammatici passati tra lo sciopero socialista e la crisi del governo Facta. In verità secondo De Ambris, fondatore dei fasci di azione rivoluzionaria , Balbo, la testa strategica militare del fascismo, riteneva l’azione impossibile, tale lo stato di disorganizzazione interno al movimento. Se poi stiamo alle memorie di Cesare Rossi, la valutazione di Balbo si spiega benissimo. In quei giorni Mussolini era impegnato in una nuova conquista amorosa, altro che all’opera con la Sarfatti dello sceneggiato, ed era dato disperso nei dintorni di Tivoli.

Dallo sceneggiato M, il movimento fascista appare invece come una falange con uomini determinati, gli insurrezionali, Balbo, Farinacci, Grandi ed un Mussolini che gioca su tutti i tavoli convinto di diventar ministro o di essere arrestato. Eppure il fascismo fuori da Milano e dalla Romagna dove in effetti va alla prova di forza con successo, non è pronto al colpo di Stato. Il punto è che il governo Facta, dimissionario, è ancora meno pronto a reprimerlo. Qual è l’unica preoccupazione politica di Mussolini documentata quando ritorna sulla scena dai suoi bagordi? Che non si formi un governo Giolitti. Mussolini sa che Giolitti non esiterebbe a reprimere la sua marmaglia con la stessa forza esercitata nei confronti di D’Annunzio a Fiume. Il bello è che il re nemmeno ci pensa a richiamare Giolitti, Il re non ha un bel niente in testa. Lo stesso M non si avventura nella spiegazione del perché non firma il decreto dello Stato di assedio che pure è il cuore di tutta la vicenda. Tra l’altro gli storici monarchici hanno dimostrato che la Corona non avesse simpatia alcuna per il fascismo e Mussolini. Anche ammesso che la teppa fascista si sarebbe sbandata al primo fuoco, cosa comunque discutibile perché tra i fascisti c’erano combattenti pluridecorati della prima guerra, sparare sui buffoni di Fiume è diverso che mitragliare i cinquantamila radunati nei pressi di Roma. Quali sarebbero state le conseguenze politiche? Plausibilmente consegnare il paese ai socialisti. La monarchia considerò Mussolini il male minore. Questo comunque ancora oggi resta un argomento di ricerca di maggior interesse delle peripezie di M. descritte da Scurati.

Sembrerebbe che la violenza sia l’essenza stessa del fascismo, senza di cui, direbbe Balbo, il fascismo non è niente. Eppure “la violenza leva della storia” è concetto del 1848 che Mussolini impara da Karl Marx e che torna nella rivoluzione di ottobre di Lenin, dopo quella francese. La marcia su Roma ha la stessa alchimia della marcia su Versailles dove gli uomini si vestirono da donne e le prostitute indossarono le coccarde tricolori. Nel 1914 in Italia vi era stata una settimana rossa di insurrezioni e scontri che coinvolsero anarchici, repubblicani e socialisti. Mussolini sostiene tutti dalle colonne de l’Avanti. Nel partito repubblicano sarebbe prevalsa l’idea del rispetto della legalità, mentre il partito socialista non ne era convinto ed il partito socialista nel 1919 sarebbe diventato maggioranza in Italia ed i Romagna. Balbo ha la tessera del partito repubblicano fino al 1921 e prende quella fascista perché ritiene il Pri troppo blando nella reazione ai socialisti. Morti in quegli anni ce ne sono da tutte le parti, accusare solo il fascismo di violenza è un’alterazione del quadro storico. Vero che Balbo inventò lo “stoccafisso”, ma in questa guerra di bande, doveva esserci una qualche idea di sportività se poi lo stoccafisso lo si mangiava dopo gli scontri, vittime e carnefici allegramente. Non tutti avevano voglia di ammazzarsi e ricostruire un’epoca lontana cento anni sembra impresa impossibile.

D’altra parte anche i rapporti fra Balbo e Mussolini erano già molto complessi, e soprattutto lo divennero negli anni a venire dal momento che si iscrisse alla massoneria appena il fascismo proibì anche quella. Nel 1936, Balbo chiede a Mussolini di ripristinare le libere elezioni, il che attesterebbe che Balbo fosse convinto della necessità di una dittatura lunga ma temporanea, relativa alla minaccia del sovvertimento rosso. In risposta sarà spedito in Libia, nel 1940, lui che era antitedesco più di Grandi, verrà abbattuto sul suo areo dalla contraerea italiana che difficilmente colpiva il nemico. Vederlo ridotto ad una macchietta dello squadrismo, Italo Balbo, fa un certo effetto. Quello al limite poteva essere Farinacci.

licenza pixabay

Tags: BalboMussolinii
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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