La convocazione e l’audizione di re Felipe VI di Spagna davanti alle Camere riunite del Parlamento italiano rappresentano un evento senza precedenti, che ha suscitato perplessità di natura istituzionale e simbolica. In una Repubblica parlamentare come l’Italia, dove la sovranità appartiene al popolo e trova la sua massima espressione nel Parlamento, la presenza di un monarca in una sede deputata alla rappresentanza popolare solleva questioni di opportunità, legittimità e coerenza con i principi costituzionali. Dunque una vera e propria anomalia istituzionale tanto di forma e sostanza. Infatti il Parlamento italiano, a differenza della Presidenza della Repubblica, non ha una funzione diplomatica. Le relazioni tra Stati sono tradizionalmente affidate ai capi di Stato, in questo caso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e non ai presidenti delle Camere o ai parlamentari. Non esiste una consuetudine né una norma che giustifichi il discorso di un monarca straniero davanti ai rappresentanti del popolo italiano. La visita di Stato del re di Spagna avrebbe potuto svolgersi esclusivamente con un incontro ufficiale con il Capo dello Stato al Quirinale, come normalmente accade per i leader stranieri.
La decisione di ospitare re Felipe VI in Parlamento, con le Camere riunite, sposta il focus dal livello di relazioni diplomatiche bilaterali a una dimensione simbolica e politica che non può essere ignorata. La presenza del re davanti ai parlamentari, in una sede che rappresenta la sovranità popolare, crea un precedente pericoloso. Può un’istituzione repubblicana ospitare e dare la parola a un monarca, il simbolo di un potere ereditario, senza intaccare la distinzione tra le due forme di Stato? La questione non è solo di protocollo, ma di principio, aggravato dal peso della storia non è secondario. Infatti, a complicare ulteriormente la percezione pubblica di questo evento c’è il contesto storico legato alla monarchia spagnola. Felipe VI è figlio di Juan Carlos I, che fu insediato come re da Francisco Franco, il dittatore che governò la Spagna con pugno di ferro dal 1939 al 1975. Anche se il regno di Felipe VI è formalmente scollegato dalle logiche autoritarie del passato, l’eredità simbolica di questa continuità non può essere ignorata. La monarchia spagnola, pur avendo una funzione costituzionale e non politica, porta con sé un bagaglio di memoria storica.
Accogliere Felipe VI in una sede che rappresenta la sovranità popolare, simbolo della Repubblica italiana nata dalla Resistenza antifascista e dalla rottura con la monarchia sabauda, solleva interrogativi. Se la Spagna ha accettato la continuità monarchica come compromesso nella transizione democratica, l’Italia ha invece spezzato ogni legame con la monarchia attraverso il referendum del 1946, sancendo la nascita della Repubblica.
Per comprendere la portata simbolica di questa scelta, è essenziale richiamare la visione di Giuseppe Mazzini, uno dei padri del repubblicanesimo italiano. Per Mazzini, la Repubblica non era solo una forma di governo, ma un ideale etico e politico, un progetto di emancipazione morale e civile fondato sull’eguaglianza e sulla partecipazione diretta dei cittadini.
La Repubblica non riconosce alcuna forma di potere ereditario, in quanto la sovranità appartiene esclusivamente al popolo.
Questo principio è stato concretizzato nel referendum del 2 giugno 1946, quando il popolo italiano scelse la Repubblica in contrapposizione alla monarchia, segnando una rottura netta e definitiva con il passato monarchico. La Costituzione del 1948 ha poi rafforzato questi principi, sancendo all’articolo 1 che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Proprio per questo, appare ancor più discutibile la decisione di consentire a un monarca, simbolo per eccellenza del potere dinastico e della trasmissione ereditaria del potere, di rivolgersi ai rappresentanti della sovranità popolare, creando un precedente imbarazzante. Se un re può essere ricevuto e ascoltato dalle Camere riunite, cosa impedisce in futuro che altri capi di Stato, anche non eletti democraticamente, possano fare altrettanto? Si tratta di un precedente che rischia di aprire la strada a ulteriori eccezioni. In teoria, qualsiasi capo di Stato o figura di potere potrebbe essere invitato a tenere un discorso davanti ai parlamentari italiani.
Il Parlamento non è una sala cerimoniale, ma il cuore della democrazia repubblicana, dove si discute e si decide il futuro del Paese. Non è un palcoscenico per rappresentazioni simboliche, ma il luogo in cui la volontà popolare si trasforma in leggi e decisioni. L’eccezione concessa a Felipe VI solleva dubbi sulla possibilità di preservare la “purezza” repubblicana del Parlamento come espressione della sovranità popolare. In questo contesto, i rappresentanti della tradizione repubblicana, e in particolare il Partito Repubblicano Italiano, non possono accettare questa scelta. La Repubblica, intesa nel senso mazziniano e consolidata con il referendum del 1946 e la Costituzione del 1948, non può permettersi ambiguità. I repubblicani, fedeli all’idea che il potere appartiene al popolo e solo ad esso, non possono tollerare che il simbolo di un potere dinastico, per quanto “costituzionale”, venga ricevuto nel tempio della sovranità popolare.
Come Repubblicani, intesi come rappresentanti della tradizione repubblicana italiana, non possiamo accettare questa decisione. Se c’è un interlocutore legittimo per il re Felipe, questi è il presidente della Repubblica, non il Parlamento. Il Partito Repubblicano Italiano, custode di questa tradizione e di questo ideale, non può restare indifferente di fronte a un evento che rischia di creare un precedente pericoloso. La difesa della Repubblica e dei suoi principi non è una mera questione simbolica, ma una necessità politica. La presenza di re Felipe VI in Parlamento mette in discussione la distinzione tra le due forme di Stato, e i repubblicani, in quanto rappresentanti della tradizione repubblicana, non possono accettarlo.
La visita di re Felipe VI in Parlamento, pur potendo essere interpretata come un gesto di cortesia diplomatica, presenta aspetti controversi. Se la logica della visita fosse solo quella di rafforzare le relazioni bilaterali tra Italia e Spagna, l’incontro avrebbe dovuto limitarsi al Quirinale, il luogo deputato a tali funzioni. La scelta di ospitarlo in Parlamento, con le Camere riunite, introduce una rottura simbolica. La Repubblica italiana, nata da una rottura con la monarchia, non dovrebbe concedere spazi di interlocuzione politica a chi rappresenta un potere dinastico ed ereditario.
Se c’è un interlocutore legittimo per il re Felipe, questi è il presidente della Repubblica, non il Parlamento. I repubblicani, eredi del pensiero di Mazzini e custodi dei valori della Repubblica del 1946, hanno il dovere di difendere la purezza repubblicana delle istituzioni.
La visita di re Felipe in Parlamento sarà ricordata non solo come un momento di diplomazia bilaterale, ma anche come un evento che ha aperto un dibattito sul ruolo e la funzione simbolica delle istituzioni repubblicane. Noi, come Repubblicani, eredi della cultura democratica del repubblicanesimo mazziniano del PRI, non possiamo accettare una simile ambiguità.






