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Psicopatologia del radical chic. Finalmente uno studio

di Mauro Cascio
21 Gennaio 2022
in Cultura
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Il termine è nato nel 1970 da uno scrittore americano, Tom Wolfe che per primo usò ‘radical chic’ per definire la casta dei ricchi con il cuore da rivoluzionario ma il conto in banca da capitalista. «Wolfe, vero dandy e conoscitore dell’alta società newyorkese, descrisse un elegante rinfresco a casa di un grande direttore d’orchestra, ovviamente ricchissimo, organizzato per sostenere i rivoluzionari del movimento delle ‘Pantere nere’. Anarchici, proletari, afroamericani, marxisti, leninisti e fautori del potere nero si mischiavano ai privilegiati dell’alta borghesia bianca, tra camerieri in livrea e poco rivoluzionari flûte di champagne». Una situazione grottesca dove i padroni di casa ospitavano e sostenevano coloro che li consideravano “nemici di classe”.  Dei “sovversivi da salotto”, né più né meno di quanto non avvenisse nella Parigini intellettuale della Gauche caviar, la sinistra al cavialeo in Italia con i “comunisti col Rolex”.

Il congedo dal comunismo storico fu fatto in fretta. Nemmeno in tempo di portare gli scatoloni in soffitta con la tua vecchia storia e già dovevi preoccuparti di come arredare le stanze vuote. Hanno guardato al Partito Democratico, quello americano, e lo hanno importato con tutti i suoi tic. E le sue caratteristiche.  Il radical chic, per esempio, ha sempre ragione, gli altri hanno torto a prescindere, devono stare zitti, in disciplinato silenzio ad ascoltare. Il ruolo del dissenso è questo: accorgersi dei propri errori. Altrimenti via. «Chi dissente, chi protesta, chi non si adegua, è letteralmente estromesso dal consesso civile: emarginato, licenziato, esautorato di ogni diritto di replica». C’è, ovviamente, un pesante rimosso. «I gulag sovietici, i laogai cinesi, le purghe staliniane e la Rivoluzione Culturale, maoista, il genocidio cambogiano e mille altri crimini contro l’umanità sono puntualmente derubricati a banali incidenti di percorso».  È dura aver sempre ragione ma dover riconoscere che ogni tanto hai avuto torto. Ne paghi in perfezione, non cammini sulle acque.

L’originalità di Psicopatologia del radical chic. Narcisismo, livore e superiorità morale nella sinistra progressista di Roberto Giacomelli sta tutta nel titolo. Lui è uno psicanalista e cerca di capire per classificare e curare. La lettura dovrebbe essere una terapia perché capito il male, lo isoli. «La mancata elaborazione del trauma […] blocca le emozioni, compromettendo il buon funzionamento psichico e provocando disturbo d’ansia, depressione maggiore e disturbo da shock postraumatico. I sintomi fisici ricorrenti sono la riduzione dell’affettività, i sentimenti di distacco ed estraneità e – soprattutto – la tendenza al senso di colpa. L’anaffettività ed il distacco – infatti – si manifestano con la mancanza di empatia nei confronti di coloro che si reputa inferiori, i non allineati al pensiero unico».  Pensiero unico che è fatto di disprezzo per poveri e diseredati e attenzione per buonismo di facciata, inclusione e solidarietà con un vago cenno di volontariato, meglio se ecologico.

«In diverse trasmissioni televisive dedicate alle tematiche politiche e sociali – da tempo – imperversa un’altra figura caratteristica del mondo progressista: l’opinionista che proviene dal mondo dello spettacolo. Attori o cantanti, solitamente sul viale del tramonto, divengono magicamente intellettuali, non si sa in virtù di quali particolari esperienze politiche o studi teorici, avendo trascorso tutta la vita sui palcoscenici. Ex bellezze ormai sfiorite, menestrelli conformisti, attori sedicenti impegnati e divi decaduti: una triste umanità senz’arte né parte, che si ricicla nel circuito mediatico. Quando invecchiano, passano dalle riviste di pettegolezzi al dibattito sociologico senza battere ciglio, mantenendo però il disturbo di personalità istrionico che da sempre li affligge. La recita passa dal palcoscenico alla realtà, dalla finzione scenica alla vita quotidiana, senza nessuna maturazione e presa di coscienza, rimanendo eterni immaturi. La bella presenza e la posizione prona al pensiero ‘politicamente corretto’ ne fanno ospiti graditi e di sicuro effetto scenico, al di là del contributo effettivo che spesso si riduce ad attacchi polemici basati sull’emotività più che a solide argomentazioni. I loro interventi, spesso privi di contenuto effettivo, scadono nella critica moralistica di chi esprime opinioni scomode: le accuse, ovvie e regolari, sono quelle di razzismo, xenofobia, disumanità ed ogni altra possibile nefandezza. Difendono con altezzosità l’indifendibile, giustificando provvedimenti liberticidi ed anticostituzionali, che dovrebbero “assicurare la salute del popolo”, sostengono sciagurate politiche immigrazioniste che nuocciono tanto ai clandestini deportati quanto agli autoctoni più poveri, che si vedono privati del poco che hanno da altri disperati più poveri di loro. Questi improbabili personaggi, dall’alto dei loro attici, fanno la morale a chi difende i propri diritti, rammentando a chi vive in piccoli appartamenti di non uscire di casa, di non lavorare, di non vivere, perché “bisogna essere responsabili”. Predicano l’accoglienza indiscriminata senza avere mai colto nessun clandestino nella propria magione: sono dei vacui parolai che ripetono a memoria i più triti slogan della propaganda buonista».

Mauro Cascio

Mauro Cascio si è laureato in Filosofia a La Sapienza di Roma. Ha organizzato numerosi eventi culturali in Italia e all'estero, dalla Biblioteca del Senato al Pembroke College dell'Università di Oxford, attività grazie a cui ha vinto il Premio Nazionale di Filosofia nel 2013. È curatore di numerosi saggi, nonché prolifico autore. Al suo terzultimo libro, «Davanti alla fine del mondo» si è ispirato il cantautore Roberto Kunstler per il suo omonimo lavoro. Ora è in libreria con «Un pozzo di abati e di principi» e con «Il fulmine della soggettività. Attraversamenti hegeliani dall'infinita periferia». È coordinatore di direzione de La Voce Repubblicana

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