Dopo la lunga maratona notturna, che ieri ha portato la Camera a dare il secondo e definitivo sì al ddl presentato, l’autonomia differenziata è ora legge, così il pegno con LEGA è saldato. Prendono così inquietantemente corpo le riforme costituzionali proposte dal governo che, dopo il primo voto del Senato sul premierato (per saldare il pegno con FdI) e in attesa del voto sulla giustizia (così da liquidare anche FI), sollevano significative preoccupazioni per la tenuta democratica e l’integrità della Costituzione. Queste proposte, infatti, non solo riducono gli spazi di democrazia, ma minacciano anche di indebolire la coesione e l’uguaglianza tra le regioni del Paese.
È pur vero che l’errore principale che ha generato questa deriva fu la riforma del Titolo V voluta da D’Alema per ingraziarsi la Lega (mai errore politico fu più dannoso per il Paese); tuttavia per questo non possiamo continuare a mortificare la Costituzione con riforme ad usum delphini che attengono più al desiderio dei governi di rafforzare sé stessi piuttosto che alla necessità di rafforzare la democrazia repubblicana per dare risposte concrete ai problemi dei cittadini. L’autonomia differenziata rappresenta una minaccia molto grave che vede la concessione di maggiori poteri e risorse alle regioni più ricche e sviluppate, a discapito di quelle meno fortunate. Invece, la riforma votata non solo accentuerebbe le disparità regionali, ma infrangerebbe anche il principio di uguaglianza che la Costituzione italiana sancisce, riconoscendo il diritto a servizi essenziali e opportunità paritarie per tutti i cittadini, indipendentemente dalla regione di appartenenza.
Al contrario, con l’autonomia differenziata le regioni più ricche vedrebbero migliorare ulteriormente i loro servizi mentre quelle meno ricche rischierebbero di sprofondare in una spirale di arretratezza. Parallelamente, il premierato forte, rafforzando il potere del primo ministro e quasi azzerando quello del Capo dello Stato, finisce con l’erodere il delicato equilibrio tra i poteri esecutivo e legislativo con un parlamento ancor più limitato di quanto non lo sia ora nell’esercitare sia il diritto di rappresentanza sia il dovere di controllo sull’esecutivo, soprattutto in funzione di prevenire eventuali derive autoritarie. Attualmente, infatti, il sistema parlamentare italiano garantisce un controllo reciproco tra Parlamento e Governo che, con l’introduzione del premierato forte, vedrebbe il presidente del consiglio acquisire poteri autarchici, riducendo ulteriormente il ruolo di controllo e bilanciamento del Parlamento e limitando i poteri del Capo dello Stato, relegato a semplice spettatore con funzione accessoria finalizzata alla meta rappresentanza.
Questo cambiamento porterà a decisioni unilaterali che, sull’altare della rapidità, sacrificherebbero la rappresentanza democratica e il dibattito politico, concentrando il potere nelle mani di una sola figura col risultato certo di compromettere il diritto alla pluralità di posizioni e la ricchezza della diversità del confronto che sono presupposto di una sana democrazia, oltre che alla base della concezione politica e culturale dei repubblicani. Il combinato disposto di premierato forte e autonomia differenziata avrà effetti devastanti sulla struttura democratica e sociale dell’Italia: da una parte, un eccessivo rafforzamento del potere esecutivo che minaccia di soffocare il dibattito e la partecipazione democratica; dall’altra, la frammentazione delle competenze regionali che, come suddetto, creerebbe un’Italia a due velocità, dove un Nord sempre più avanzato si allontanerebbe ancor di più da un Sud sempre più marginalizzato, con grave rischio per la solidarietà nazionale, incentivando movimenti secessionisti e con ripercussioni conseguenti sulla stabilità politica e sociale del Paese.
Inoltre, entrambe le riforme sembrano ignorare le lezioni della storia, italiana ed europea, che invece ci ricordano come l’accentramento del potere abbia spesso portato a periodi di autoritarismo, e come le disuguaglianze regionali abbiano sempre alimentato tensioni sociali e politiche. Da Repubblicani riformatori non disconosciamo la necessità di attuare riforme, a patto che queste non stravolgano la Costituzione e rappresentino un sensato investire in un processo che miri a rafforzare le istituzioni democratiche, garantire l’uguaglianza tra le regioni e promuovere la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica anziché allontanarli ulteriormente, visti i preoccupanti tassi di astensionismo confermate anche nel voto dell’8 e 9 giugno.
.Abbiamo ben chiaro che l’Italia necessita di manovre che razionalizzino sempre più la spesa pubblica; tuttavia, nella consapevolezza che la democrazia ha dei costi che è utile e non solo necessario pagare, il taglio dei costi della politica non può certamente avvenire a scapito della democrazia e della qualità del processo decisionale. In pratica, il risparmio dei costi della politica è stato spesso perseguito attraverso misure che, anziché razionalizzare la spesa, l’hanno tagliata riducendo gli spazi di democrazia, come il taglio del numero dei parlamentari sta populisticamente a rappresentare. Questo approccio, non solo ha compromesso la rappresentanza ma anche la qualità del processo democratico, consegnando ulteriore potere ai leader di partito che, così, possono esercitare una sempre maggiore influenza su un numero sempre più ridotto di rappresentanti scelti sulla base della fedeltà e non della competenza o rappresentatività e, dunque, su un Parlamento totalmente servo dei loro interessi o di quelli delle lobby che li sostegno.
In conclusione, il combinato disposto di premierato forte e autonomia differenziata rappresenta una minaccia concreta per la democrazia e l’integrità costituzionale dell’Italia. È essenziale che il dibattito pubblico su queste sciagurate riforme non sia abbandonato alle servilmente paludate voci di un’informazione che pare sedata e seduta sugli interessi della maggioranza di governo, né delegato alle opposizioni che a vario titolo si richiamano a sinistra: vogliamo invece che continui con forza nel Paese attraverso le voci di chi, come noi Repubblicani, non avendo interessi particolari da difendere, ha le carte in regola per sostenere l’interesse generale, come dimostrano questi 129 anni di vita dell’Edera nei quali non abbiamo mai anteposto le nostre ragioni a quelle del bene comune.
Anche attraverso la netta opposizione a queste pericolose riforme, noi vogliamo continuare a preservare e rafforzare la democrazia italiana, garantendo al contempo una maggiore equità e giustizia sociale nel nome di quella Fratellanza che rappresentava un pilastro del pensiero mazziniano al quale ci ispiriamo dal 1895. Per questo, in sintesi, il risparmio sui costi della politica non può avvenire attraverso la riduzione degli spazi di democrazia e della qualità del processo decisionale ma, al contrario, è essenziale trovare un equilibrio che consenta di mantenere una rappresentanza adeguata e un dibattito democratico robusto, garantendo al contempo l’efficienza e la sostenibilità economica delle istituzioni repubblicane.
Solo così sarà possibile preservare la democrazia e migliorare la qualità delle decisioni che influenzano la vita dei cittadini, evitando manovre di potere contrabbandate per riforme a scapito della democrazia e della qualità della politica, ancor più fondamentale in Repubblica. Non fosse altro per scongiurare quell’abbassamento della qualità politica che Giorgio Gaber, in suo famoso recital, vedeva nemica della democrazia poiché concezioni dicotomicamente opposte per via della necessità della politica di inseguire sempre i numeri dei consensi anziché il contenuto delle azioni.
Presto ci confronteremo in Direzione Nazionale ma credo che, come repubblicani, con la nostra secolare autonomia di pensiero e azione, siamo pronti a sostenere i referendum per fermare una deriva che inquieta e che, soprattutto, stride col buon senso prima ancora che con la difesa della Costituzione.







