È stato Umberto Galimberti (ne L’Ospite inquietante, pp. 135-137) tra i primi a segnalarlo e già quasi quindici anni fa. Dopo la “generazione dei giovani dal pugno chiuso” quelli che, anche con la violenza, volevano urlare qualcosa a qualcuno, e incidere, determinare, condizionare il corso del mondo, siamo precipitati nel collasso della comunicazione. Che questo silenzio avvenga perché non si ha niente da dire, o la capacità di esprimere una visione, o perché si è persa la fiducia, o perché si preferisce trasgredire quasi scientificamente le regole (nell’Ottocento la si chiamava oligotimia), non importa: c’è. È il silenzio che è sceso dopo le urla del Sessantotto. Lì la piazza ti voleva scuotere, perché bisognava lottare contro il privilegio, l’abuso, la posizione consolidata d’interesse. Oggi al cambiamento non si crede più. E non perché si sia (finalmente) capito di come la questione sia sentirti parte, essenziale, di un unico organismo vivente, il mazziniano “verbo vivente di Dio”, ma semplicemente perché siamo presi dall’indifferenza, dalla apatia, dal disinteresse. Non gridiamo rivoluzione, ma, un po’ per noia, un po’ per benessere, rassegnazione. Una rassegnazione che i professionisti dell’informazione, della politica, della scuola, del mondo del lavoro, non riescono ad afferrare.
Squatter. Che in inglese vuol dire accovacciarsi. Certo, per estensione di significato il termine ha poi identificato chi occupa abusivamente le case. Qui si tratta invece di un tratto esistenziale, chi occupa un tratto esistenziale che non vuole nemmeno definirsi più. «Dopo aver assaporato l’irrilevanza della loro incidenza sociale, gli squatter vanno alla ricerca di una nicchia dove poter mettere in scena la loro disarticolata ed epocale sventura», dice Galimberti. Epocale perché qui non abbiamo più, come nelle celebri pagine hegeliane della Fenomenologia dello spirito, un “servo” contrapposto ad un “padrone”, perché i padroni sono diventati, come i loro dipendenti, a loro volta semplici funzionari di un sistema, il mercato, che da entrambi li trascende. «Accade così che un “disagiato sociale” non può prendersela con la politica, perché ha annusato che la politica non è più il luogo delle decisioni, essendosi questo luogo trasferito altrove: nell’economia organizzata quasi esclusivamente da fattori tecnici. Ma la tecnica, ognuno lo sa, e gli squatter lo fiutano, non ha fini da realizzare, né altro scopo a cui tendere che non sia il proprio potenziamento. E ciò trasforma il lavoratore in un semplice e anonimo col-laboratore di questo potenziamento senza scopo e senza perché».
L’età della tecnica non ha servi e non ha padroni, ma “uno scenario di automatismi tecnici muti ma efficaci e funzionali”, i politici possono solo far eseguire una sequenza ordinata di disposizioni perché ormai sono di fatto spodestati, gli uomini dell’informazione spiegano gli atti esecutivi e non decisionali della politica. Ecco cosa il silenzio significa. Il non espresso, non dicendo, dice. «L’unica risposta all’automatismo tecnico che procede senza una direzione, senza uno straccio di spiegazione, senza una parola, spinto avanti solo dal proprio cieco e inarrestabile potenziamento, che non dà gioia a nessuno, né prospettiva, né futuro».







