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La guerra civile americana

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
18 Luglio 2024
in Cultura
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“Non date tregua al nemico Infliggete ogni guasto possibile alle ferrovie e ai raccolti. Portate via ogni genere di approvvigionamento e non risparmiate i negri così da impedire ogni ulteriore coltivazione. Se la guerra durerà un altro anno, vogliamo che la Valle dello Shenandoah rimanga una plaga desolata”. Queste le istruzioni del generale Grant nel luglio del 1864 al generale Sheridan inviato a braccare le truppe confederate che ancora resistevano nonostante la sconfitta di Gettysburg. Sheridan prese tutto alla lettera, Shenandoah sarà la Vandea statunitense, magari più violenta, dal momento che con donne, vecchi e bambini bianchi, persino “i negri”, come li chiamava Grant, invece di essere liberati, vennero fucilati. Non ci se ne poteva fidare.

Rispetto alla Rivoluzione francese, dove il governo era un comitato composito posticcio, il governo statunitense aveva una mano saldissima sin dal primo giorno della sua formazione. In Francia si è discusso a lungo se la condotta di Fouché e Collot d’Herbois a Lione o quella di Carrier a Nantes fosse suggerita e condivisa interamente dai comitati e se i distinguo robespierristi fossero frutto dell’ipocrisia e dell’ambizione di quel gruppo. Mentre in America non c’è dubbio alcuno che il generale Grant altro non faceva che riportare il pensiero del governo centrale, dal momento che il segretariato alla guerra era stato creato appositamente per evitare interferenze fra i comandi militari e il capo politico della nazione. Di conseguenza, il generale Sheridan, avviato ad una carriera brillante, fu un interprete perfetto dei piani di Lincoln che voleva semplicemente mettere il sud in ginocchio, o forse sarebbe meglio dire, annientarlo perché non esistesse più con la sua ricchezza irritante.

I biografi  di Lincoln, da Randall a Current, ritengono “probabile” che se il loro idolo non fosse stato assassinato, avrebbe seguito una politica simile a quella di Jonson, ovvero che si sarebbe scontrato con i radicali del Congresso, in modo da produrre un risultato migliore per i liberti di quanto poi sarebbe accaduto. Tanta abilità avrebbe evitato gli errori del suo successore. Eric Forner si spinge a dire che “Lincoln avrebbe indubbiamente ascoltato con attenzione le richieste di ulteriore protezione agli ex schiavi” e persino che era possibile “immaginare” come Lincoln e il Congresso avrebbero concordato una politica di Ricostruzione tale da comprendere la protezione federale per i diritti civili fondamentali e perché no, magari anche un suffragio, per quanto imitato, agli afroamericani. Ancora non votavano le donne, figurarsi i “negri”. Curioso che avvenne l’esatto contrario e che comunque, cosa possano fare poi i morti, lo sa giusto il cielo.

Se la storiografia francese iniziò a bullizzare Robespierre con il cadavere ancora caldo, del resto furono i suoi sodali a condannarlo, la storiografia statunitense ha ritenuto meglio incensare Lincoln quando ancora non aveva dato l’ultimo respiro. Le analogie nella storia non contano mai niente, eppure eccole. Robespierre salva 70 girondini su 90? Lincoln 260 sioux su 300. Entrambi erano clementi con i loro nemici. Solo che di Lincoln verrà enfatizzata l’umanità, tanto più che non riteneva i nativi americani lo stesso che i bianchi cristiani e come si capisce, nemmeno i neri. Tutti gli uomini sono uguali solo se bianchi non virginiani.

Per trovare un qualche testo critico verso Lincoln bisogna uscire dall’America dove sono state persino rimosse le statue al generale Stuart, il più grande comandante di cavalleria della storia americana, che però era confederato, ed arrivare almeno in Italia. Alberto Pasolini Zanelli nel 2000, chissà cosa gli prese, scrisse il libro La vera storia della guerra civile americana, dalla parte del generale Lee, che detto fra noi, era militarmente un disastro. Zanelli per quanto intuitivo non è uno storico professionista e la sua opera è più interessante per la casistica che per altro. Di fatto si decise di fare di Lincoln un santo e persino di regolare la portata del regime repubblicano sul suo presupposto teorico, per cui la dichiarazione d’indipendenza, prevale sulla lettera della Costituzione, infatti la Costituzione Lincoln l’aveva usata per lucidarsi gli stivali.

Siamo così al punto dirimente che concerne anche l’attualità politica e l’intero ‘900. Presidenti “alla Lincoln”, magari senza averne le stesse qualità, si sentono al di sopra della Costituzione e si comportano di conseguenza. Confidano principalmente nella vittoria elettorale, nel successo democratico. Se vincono, qualunque cosa faranno. possono stare tranquilli che in America saranno beatificati. Nel frattempo, si cerca un modo per mandarli a casa appena possibile, oppure, gli si spara.

licenza pixabay

Tags: GrntLincoln
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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