La comprensione non abita più il mondo, di questo facciamo tutti quotidie esperienza. Non viene avvertita nemmeno più l’esigenza di capire, tutto è indifferente, posato a caso, al massimo collezionato, più spesso esibito. Bisognerebbe tornare a fare filosofia, e farla per davvero, ma oggi anche l’agire filosofico non sa sottrarsi al mercato, al consenso, e quindi alla frantumazione, al diventare cosa. Né so dire cosa significhi fare filosofia, certo sottrarla all’ ‘ideale museale’ come annota Antonio De Simone con la sua sapiente efficacia. Sì, perché ai filosofi si guarda oggi più come custodi di una memoria che come interpreti di futuro. «Al filosofo del passato non occorre guardare riservandogli un “pensiero nostalgico”, quasi fosse un “eroe” che può tornare a risolvere le sorti dell’umanità. In filosofia, con la filosofia, c’è sempre da pensare l’impossibile. Il “lavoro dello spirito” continua. Importante è non ripetersi “epigonigamente”: repetita non iuvant. Anche se tutto ciò comporta un’inquietante ambiguità non solo in filosofia, ma ovunque, nella vita quotidiana, nell’arte, nel linguaggio, nella musica, nella letteratura, nell’agire politico, nel conservatorismo antropocentrico dell’ “inattuale” ripetizione del presente». Il lavoro dello spirito continua anche nell’epoca complessa del “fenomeno nichilistico”, l’ospite inquietante, spaesante, come lo definitiva Nietzsche, un lavoro complesso rivolto non solo al passato ma anche al saper “cogliere i nessi, nella storia dell’essere” delle questioni aperte del nostro mondo, della nostra esperienza del “web del mondo”, un alfabeto critico che sappia dire gli enigmi del destino dell’umano nei suoi smarrimenti, nella frammentaria accidentalità del suo ex-esistere, nel suo intreccio che ci getta tutti nell’eccedenza del concreto».
Non a caso si intitola così l’ultimo pezzo d’arte di Antonio De Simone. Eccedenza del concreto. Si eccede quando si oltrepassano i limiti di una convenienza, quando si esagera. E non si esagera mai quando si tratta di senso. Un senso compiuto e complessivo, che da Hegel in poi abbiamo perso, tanto che con la contemporaneità è giunta al capolinea anche la tradizione filosofica. «La discussione filosofica si è incarnata nella “forma personalistica”, rendendo le principali costellazioni filosofiche come caratterizzate da “nomi di persone”, cioè da un modello di pensiero “individualizzato” del maestro di filosofia». Oggi si può ancora fare filosofia, dicevamo? Perché, dopo Hegel, e con le parole di Habermas, “la filosofia non dovrebbe anch’essa tramontare sul cimitero di uno spirito cui non è più dato di affermarsi e conoscersi come Assoluto?”.
De Simone ci prende e ci colloca nel cuore del presente. Come su Google Maps l’omino di Street View. Tu lo prendi e lo collochi nella mappa e tutta la realtà la vedi nella tua prospettiva. In Filosofia questo lo ha fatto Kant e, dopo di lui, Foucault. Perché dobbiamo recuperare Foucault secondo De Simone? Perché è stato un “grande traghettatore”. «Dall’archeologia dei saperi all’analisi degli ordini discorsivi, dalla genealogia dei dispositivi di potere, all’ontologia dell’attualità, “politicamente orientata” verso la valorizzazione e l’attualizzazione dei processi di oggettivazione, Foucault – nel cerchio in cui si chiudono “consapevolezza dei limiti e volontà di superarli” – ha sviluppato un pensiero della libertà dove forte è il riferimento a Kant». Già da Le parole e le cose, Foucault ricerca le condizioni di possibilità, gli a priori della conoscenza umana. «Tali a priori non sono però, per lui, forme pure della coscienza immutabili, universali e necessarie, ma sono condizioni storicamente determinate che si succedono nella storia attraverso salti epidemici. Questa prospettiva discontinuista vanifica ogni ricerca di criteri assoluti di verità, senza però negare per partito preso, attraverso un relativismo pregiudiziale, ogni legittimità alla ricerca della verità».
Tra i rappresentanti più eminenti del pensiero occidentale c’è Jurgen Habermas, un’analisi, la sua, che si configura “kantianamente” come una “ontologia storica di noi stessi”. «Habermas rigetta l’idea di una realtà oggettiva, autonoma, indipendente. La realtà effettuale esiste solo in quanto connessa al linguaggio da cui dipende. Il mondo non è ‘tutto ciò che accade’ bensì gli insiemi degli enunciati che gli sono riferibili. Il mondo, cioè, non è un’oggettività data a priori, giacché vi si può accedere solo tramite la forma razionale del linguaggio». Oggetto di riflessione del pensatore francofortese è l’illuminismo soprattutto. Che non è, o non è necessariamente, forma di libertà quanto, più compiutamente, regressione e dominio. «Compito della critica è proprio quello di liberarlo da quelle forme (paura e dominio del mondo, controllo della natura e dei processi sociali, quantificazione economica, mentalità borghese, ragione strumentale e calcolante, divisione parcellizzata del lavoro, frammentazione della soggettività) in cui si è irretito e in cui si è generata “una divisione radicale con da una parte le cose (i sottomessi e la natura), dall’altra i dominatori, i soggetti”. Il “sole della ragione” non può ridursi, nell’uniformità, al “conformismo e all’assuefazione al dominio”. Nel processo storico, al tempo dei francofortesi, una simile “mistificazione di massa” viene perpetuata attraverso i prodotti “culturali” (cinema, televisione, radio, stampa). Per Horkheimer e Adorno, l’industria culturale “è un’industria come le altre, in cui si esercita la razionalità tecnica del dominio dei consumatori. Tutti i prodotti sono uguali e rendono passivi gli utenti, tutto è basato su un’idea precisa di consumatore definita dall’industria (acciaio, petrolio, chimica, elettricità)”. […] La “misura del valore”, il suo marchio, si consuma nell’ ”investimento messo in mostra’, nelle “forme dell’intrattenimento”, con il risultato che il tutto è una “barbarie stilizzata” che però deve essere fruita con “estrema naturalezza”. In una condizione […] di “frustrazione permanente”, di “castrazione del desiderio mascherata”, e di consenso coatto in cui vertono i consumatori, la cultura si trasforma in “una merce abbondante e paradossale: offerta a buon mercato, perché sorretta dalla pubblicità, ma essenzialmente ridotta a ripetizione e imitazione coatta, anche quando pretende di essere rivoluzionaria». Tutta la produzione culturale è revocata in dubbio, ricondotta al divertissement, un intrattenimento che non è neutro, perché sempre presuppone la separazione tra dominanti e dominati.
Attraverso dei densi transiti filosofici in Hegel e Simmel, De Simone passa alla “metafisica concreta” di Cacciari, e a un nuovo confronto con l’uomo desideroso di vivere. «L’ordine e l’essenza del tempo: “non abitiamo il tempo, ma tempo siamo comunque”. Cacciari lo ribadisce: “Non siamo il tempo del mero fluire, siamo il tempo che contiene in sé tutti i tempi, che la vita dotata di logos articola e collega nelle sue distinte dimensioni, salvandolo ogni volta dal frantumarsi del mero discorrere. Siamo il tempo che la memoria immaginativa collega simultaneamente a eventi presenti, o ad attese e presagi, il tempo del Zufall, dell’accadere, anche nella sua repentina imprevedibilità, i cui in effetti sono ‘in mano’ soltanto alla creatività auto-generativa di Physis. Questo è il tempo meta-fisico, non rilevabile ma “esperibile” nella vita intima vissuta, nell’esperienza osservabile, sapendo che nel movimento dell’esperienza, “il visibile si trascende sempre”, tra singolarità e relazione al Tutto. Ma, nell’esperienza del tempo che “ficcare l’occhio nell’abisso non categorazzibile dell’Inizio”. […] Qual è lo sfondo che “il limite costitutivo del nostro sguardo”, perché mortale, non può cogliere? Lo sfondo: “Il fondo andato a fondo”; nel “ciò che sta al fondo”, nella “singolare presenza dell’essente”, l’”è tiene in sé tutte le determinazioni del tempo, senza ‘abitarne’ nessuna; le trascende tutte, non le nega. Tiene in sé il passato, in quanto non consummatum est, la propria quidditas presente, il futuro imprevedibile che da questa si propaga sine die. Di fronte alla “verità” anche quella dello scienziato rimane una “mente inquieta” in relazione alla complessità dei processi possibili, contingenti, impossibili, com-possibili del divenire dell’essere “in potenza e in atto”».
Da segnalare in appendice due interventi. Il primo è mio, ed è un approfondimento sulle questioni del linguaggio (soprattutto nella psicologia speculativa di Hegel) di cui ho discusso nel mio ultimo libro, Il fulmine della soggettività. Il secondo è di Francesco Giacomantonio (“Cartografie del discorso filosofico-politico della contemporaneità”).
Foto Giovanni Muzzioli, Paesaggio, 1880 ca, Museo Civico di Modena | CC BY-SA 3.0








Grazie per questo lampo di luce, confidando che il bisogno di profondità, che il nostro tempo così bene cela a se stesso, sappia sopravanzare l’esigenza del rapido fluire alla notizia successiva.