Viviamo nell’epoca d’oro dell’ignoranza travestita da competenza. Una stagione in cui chi urla più forte non ha ragione, ma visibilità. Dove il confronto non si fonda più sulla ricerca della verità, ma sulla supremazia verbale. Dove la rete, nata per diffondere informazione e pluralismo, si è trasformata nella cassa di risonanza dell’arroganza e della superficialità.
Il meccanismo è semplice e devastante: l’informazione immediata dà a chiunque l’illusione di sapere. Bastano due titoli letti di fretta, un reel, una story, un meme condiviso a caso, per sentirsi in diritto di pontificare su medicina, geopolitica, Costituzione, vaccini, guerre, macroeconomia. Oggi chiunque si sente un cattedratico. Ma il sapere non è opinione, è metodo, disciplina, dubbio.
Nel regno dei social, l’ignoranza non è solo tollerata: è spesso premiata. Perché è semplificabile, urlabile, virale. L’esperto, il dubbioso, il ragionatore non funziona: è lento, prudente, pieno di “dipende”. L’ignorante, invece, è netto. E lo ama l’algoritmo.
Lo aveva previsto Umberto Eco, nella sua celebre lectio magistralis nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».
E lo aveva anticipato anche Isaac Asimov: «Si è diffuso il pericoloso e falso concetto che democrazia significhi che la mia ignoranza valga quanto la tua cultura».
Ma c’è di più: un tempo, dell’ignoranza ci si vergognava mentre oggi, al contrario, diventa un motivo di vanto. Un tratto identitario, un segno di autenticità da esibire, come se studiare fosse un atto di élite e non un dovere di cittadinanza.
Non a caso sempre Umberto Eco aggiungeva in un altro passaggio, ancora più attuale oggi: «La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità. Occorrerebbe filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni della rete, perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno».
Un tempo, dell’ignoranza ci si vergognava. Oggi, al contrario, diventa un motivo di vanto, un tratto identitario, un segno di autenticità da esibire come se studiare fosse un atto di élite e non un dovere di cittadinanza.
In questa nuova religione della banalità, l’ignoranza si è fatta bandiera, diventando persino oggetto di rivendicazione politica e sociale.
A contrasto, viene spontaneo ricordare Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio della follia. Un’opera ironica, provocatoria, che metteva in luce le contraddizioni del potere, del clero e della società del suo tempo.
Ma oggi, a distanza di secoli, non celebriamo più la follia come forma di umana fragilità e consapevolezza. Celebriamo l’ignoranza, e lo facciamo sul serio. Elogiamo il vuoto, la semplificazione, la mediocrità trasformata in valore.
Questo non è più l’elogio della follia: è l’elogio dell’ignoranza. E tutto questo non resta confinato nello spazio virtuale: si ripercuote nella politica, con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti.
Un tempo, erano le “pance” degli elettori a doversi evolvere per sintonizzarsi con i “cervelli” dei governanti.
Oggi sono i cervelli dei governanti che si sintonizzano con le pance degli elettori.
La Politica – quella con la “P” maiuscola – un tempo proponeva idee, visioni, soluzioni anche impopolari, che sottoponeva al giudizio degli elettori per ottenere il consenso necessario a realizzarle. Oggi la politica insegue, asseconda, amplifica gli istinti più immediati e superficiali, non per risolvere i problemi ma per perpetuarsi nel potere.
E non vale solo per gli imbonitori professionisti che, dalle sedi nazionali, dispensano slogan e scorciatoie a problemi complessi. Vale anche per i tanti che, accettando una candidatura per un consiglio di circoscrizione o comunale, magari ottenendo risultati elettorali modesti, si sentono immediatamente dei von Clausewitz, dei politici nati ancorché mediocri strateghi dell’ovvio.
Ma la politica non si improvvisa. Non basta indossare una fascia tricolore o sedere in un’aula istituzionale per diventare rappresentanti della cosa pubblica. E non bastano nemmeno i titoli accademici, le lauree o i master: la politica è un mestiere nobile che si impara con lo studio, il sacrificio, l’esperienza e soprattutto con un’etica del servizio.
L’arroganza di chi si sente leader solo perché ha un microfono in mano, un profilo attivo o una candidatura in tasca, è una delle peggiori deformazioni del nostro tempo.
E ora si aggiunge un elemento ancora più insidioso: l’intelligenza artificiale. Se già la rete aveva reso indistinguibile l’informazione dalla disinformazione, l’IA rischia di seppellire ogni certezza residua. Non sappiamo più se una foto sia reale o generata, se una voce sia umana o sintetica, se un video sia vero o completamente ricostruito. La realtà stessa diventa sospetta.
Questo non aumenta solo l’ignoranza in senso etimologico, l’ignorare ovvero il non sapere, ma la trasforma in minaccia. Perché oggi non sapere più a cosa credere vuol dire non sapere più se credere. E senza fiducia nella realtà condivisa, la democrazia si dissolve.
Così il dialogo si spegne, il confronto diventa rissa, il sapere si ritira e la democrazia stessa vacilla, perché senza cultura non c’è libertà, ma solo chiasso. E il potere, anziché illuminare, riflette: anziché guidare, rincorre.
In questo mondo capovolto dove, con una concezione manichea, chi studia è “radical chic” e chi sbraita è “autentico”, chi cerca di capire i problemi è un “comunista” mentre chi li cavalca è una “persona del popolo”: orbene, in questo mondo al contrario occorre tornare a una verità semplice; ovvero che non tutte le opinioni si equivalgono e non tutti i pensieri meritano lo stesso palco.
Perché senza umiltà, senza educazione al dubbio, senza rispetto per la competenza, non è il sapere a fare paura, ma l’ignoranza che non sa di essere tale.
E oggi, più che mai, sapere distinguere il vero dal falso: è l’ultima difesa che ci resta contro la manipolazione, il caos e la fine della democrazia.
E nel frattempo, mentre la realtà arretra sotto il peso delle opinioni sparate a caso, proliferano i soloni da social: quelli che con una connessione e qualche slogan copiato credono di avere la verità in tasca. I leoni da tastiera, coraggiosi solo dietro uno schermo, che scambiano l’aggressività per pensiero critico.
E i politici autoproclamati, candidati da quattro voti e mille presunzioni, che credono che basti il loro curriculum per vedere frotte di cittadini che si riversano alle urne per sostenerli: o quelli che confondono una diretta Instagram con una visione, e un like con un mandato popolare.
Ma la democrazia è una cosa seria, e la politica ancora di più. Per questo bisogna tenere sempre la guardia alzata perché alla fine, il rischio è che la democrazia muoia non per un colpo di Stato, ma per un clic distratto.
Invece la democrazia non si perde tutta in una volta, non crolla di colpo ma si spegne lentamente, giorno dopo giorno, tra l’indifferenza e la superficialità.
Comincia a morire quando smettiamo di pensare, di approfondire, di distinguere il vero dal facile.
Muore quando il sapere si ritira per stanchezza e il rumore prende il posto del ragionamento.
Quando chi guida preferisce assecondare, e chi segue rinuncia a essere cittadino per diventare solo spettatore o follower.
Perché la democrazia è una pianta fragile che richiede cura quotidiana, attenzione silenziosa, responsabilità condivisa.
E se la trascuriamo troppo a lungo, rischiamo di accorgerci che non fiorisce più solo quando è ormai troppo tardi. E a quel punto, ciò che resta è il vuoto di ciò che non abbiamo difeso.







