ll verdetto delle urne, con la netta vittoria del “No”, non può essere valutato solo come un dato numerico ma dovrebbe essere considerato il certificato di morte politica di una stagione che ha preteso di governare la complessità dello Stato con slogan e identarismo muscolare. Il polverone sollevato dalle dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi forse rappresentano l’atto finale di una gestione fallimentare, anche se a colpire è il tempismo. Infatti si tratta di dimissioni inspiegabilmente tardive, giunte solo dopo che il disastro politico era ormai compiuto e il danno istituzionale irreparabile. Ancor più con un ministro imbarazzante (non l’unico per sua discolpa) come Nordio che appena pochi giorni fa l’aveva confermata.
Le responsabilità di Fratelli d’Italia sono primarie ed evidenti. Hanno trasformato una sfida istituzionale utile al Paese in una crociata di fazione, utile solo agli equilibri interni, convinti che il consenso potesse blindare l’arroganza. A completare l’opera di demolizione è intervenuto il solito Matteo Salvini: la sua sequela di “stupidaugini” strategiche, le oscillazioni costanti e la ricerca ossessiva del colpo di scena hanno definitivamente alienato l’elettorato moderato, consegnandolo alle ragioni del “No”. D’altronde la storia insegna che quando il potere travalica il limite dell’arroganza gli elettori puniscono senza sconti. Fu così per D’Alema e Berlusconi e, in tempi più recenti, per Renzi e Salvini: la presunzione di impunità o di infallibilità è sempre il preludio della caduta.
Tutto questo rappresenta ben più di un campanello d’allarme per Giorgia Meloni. La Presidente del Consiglio perde infatti quell’aura di infallibilità che, nonostante la pochezza dei contenuti, riusciva a mascherare con lo scioglilingua da parlantina di borgata che fino a ieri la faceva ritenere invincibile agli occhi di molti. Attenzione, però, a non commettere l’errore speculare: non si scambi la sonora sconfitta della maggioranza di destra con una vittoria della sinistra. Il Paese non ha scelto un altro populismo, ha semplicemente bocciato quello al potere.
Alla fine, paradossalmente, la vittoria del “No” è servita a ripulire il governo, anche se è del tutto evidente che in caso di vittoria del “Sì” non sarebbe successo nulla. Ma resta un nodo politico irrisolto: è difficile far credere agli elettori di essere un interlocutore protagonista con i grandi potenti dell’Occidente quando poi, sul piano interno, la Presidente del Consiglio non riesce nemmeno a rimuovere un ministro che ha nominato lei stessa.
È il caso della mancata rimozione di Daniela Santanchè che resta un mistero politico, oltre che un vulnus etico. Come si può pretendere rigore dagli elettori mantenendo al proprio posto figure segnate da ombre così pesanti? Questo doppio standard di dimissioni tardive per alcuni e protezione ad oltranza per altri, ha minato la credibilità dell’intero schieramento di governo e, con esso, le ragioni di merito del SÌ. Quest’ultimo è stato degradato da nobile battaglia di civiltà per una giustizia più giusta per tutti, a una sorta di “favore di quartiere” per gli amici di cordata. Hanno barattato una riforma necessaria con la tutela di una cerchia ristretta, trasformando il SÌ non in un progresso per il cittadino, ma in una sospetta guerra all’ordinamento giudiziario per tutelare gli interessi di pochi.
In questo scenario di macerie, la linea politica tracciata dal nostro Segretario Nazionale emerge con la forza della verità. I fatti odierni dimostrano quanto sia stata corretta la scelta di posizionare il Partito Repubblicano Italiano come alternativa di rigore e di metodo. Per noi repubblicani, il nemico della democrazia liberale e dello sviluppo nazionale è il populismo in ogni sua forma, tanto a destra quanto a sinistra.
E se a sinistra il vulnus è il trasformismo di Conte, che maschera con il finto progressismo un’anima assistenzialista e antistorica, a destra è la deriva della Lega di Salvini, ormai priva di bussola, unita a un’ala identitaria incapace di farsi Stato. Entrambi sono “nemici mortali” della tradizione mazziniana e della concretezza riformista. Non può esserci mediazione con chi gioca con le istituzioni per fini di bottega.
Il PRI non ha mai rincorso il consenso facile e mentre i protagonisti della demagogia cadono uno dopo l’altro, travolti dai propri errori e da una gestione del potere che ignora il senso del limite, ha sempre più ragione Corrado De Rinaldis Saponaro rivendicando la nostra coerenza e la nostra netta opposizione a ogni convergenza con M5S e Lega.
La sconfitta del “SÌ” deve essere il punto di partenza per ricostruire l’Area della Ragione: un’area che guardi all’Europa, al merito e alla dignità dello Stato di diritto. La storia, ancora una volta, sta dando ragione a chi non ha mai abbassato la guardia contro i venditori di fumo.
galleria della presidenza del consiglio dei mnistri







