«Il sistema hegeliano – scriveva Jacques Derrida – comanda che lo si legga come un libro della vita». Certo “Vita” è qualcosa che vuol dire tutto e niente, eppure, in Hegel, “da qualunque prospettiva la si osservi, dai frammenti giovanili al sistema, essa è […] la trama del legame, è la dimensione mobile di ogni relazione, è lo spirito pulsante che accompagna ogni evento naturale quanto spirituale. Ogni volta che, con tono quasi sacrale, il filosofo evoca il termine ‘vita’ o l’aggettivo ‘vitale’, egli ci svela una parte del suo compito filosofico: il sapere speculativo non può essere inteso come una conoscenza posta dall’esterno, sia essa stabilita dalle leggi delle scienze della natura o da quelle del soggetto trascendentale, ma si deve radicare nella realtà, cogliere i nessi interni ai fenomeni analizzati. Così, anche sul piano etico il rifiuto del comando (persino nella forma più nobile dell’imperativo categorico kantiano) richiede che le ragioni vadano cercate nel mondo piuttosto che nell’intelletto”.
Ora, l’ultimo documentato lavoro di Stefania Achella, intitolato significativamente Pensare la vita. Saggio su Hegel e pubblicato un paio di anni fa da Il Mulino, vuole fare proprio questo, riportare in primo piano nel dibattito culturale il rapporto tra scienze empiriche e filosofia. In nome di qualcosa di vitale che anima e inebria il Sistema dagli inizi del suo definirsi. La filosofia deve essere capace di guardare dritta negli occhi la morte. Perché è così che comprendi la vita. Lo aveva capito Xavier Bichat, uno dei fondatori della moderna istologia. Lo sguardo di un anatomopatologo non può essere più “lo guardo di un occhio vivo, ma lo sguardo di un occhio che ha visto la morte. […] Aprendo i cadaveri, spiega Bichat, si può finalmente capire che cosa ci sia dietro, quell’invisibile che sfugge a un occhio non ancora clinico. Per Hegel il pensiero deve applicare la stessa tecnica, deve seguire lo stesso processo. In questo modo la filosofia si trasformerà in una logica del vivente. Da qui l’importanza, anche semantica, che Hegel attribuisce alla morte e a ciò che è “morto”. Quando nella Fenomenologia si legge che la ‘morte, se così vogliamo chiamare questa irrealtà, è la più terribile cosa’, il filosofo non si riferisce al lutto, alla perdita, ma alla morte come momento di separazione dei membri di un organismo vivente, dalla quale nasce costantemente la possibilità di una resurrezione. Anche nella filosofia si verifica il processo di disgregazione, e anche in questo caso occorre trovare una forza di pensiero in grado di ‘tener fermo il mortuum’, e cioè guardarlo negli occhi”, attraversarlo, superarlo.
Nell’Hegel giovanile la contraddizione tra legge e vita viene risolta nella comunità politica. «Cercare un legame vivente significa superare l’isolamento in cui la cultura del tempo ha ridotto l’uomo inteso come meccanismo. L’uomo deve invece tornare a esperire la propria connessione con il Tutto, scoprirsi come parte di una totalità di uomini». In questo senso la normatività deve essere pensata non come ‘estrinseca’, ‘imposta’ alla collettività, ma deve essere ‘vitale’, cioè pensata come un “movimento interno, immanente al mondo”, non è qualcosa insomma che regola meccanicamente, e dal di fuori, la vita degli uomini. Negli anni degli esordi Hegel manterrà questa idea di vita come legame che mette in relazione l’io dal tutto, come riconciliazione di una lacerazione. E a questo ricamo lavora il destino e soprattutto l’amore. Questo si chiarifica nel rapporto di coppia: un uomo e una donna si uniscono in quanto organi del vivente. «L’amato non ci è opposto, è uno con la nostra essenza: in lui vediamo solo noi stessi, e tuttavia non è noi».
Una prima svolta avviene con il frammento di sistema e soprattutto la Dissertatio Philosophica de Orbitis Planetarum (1801). Qui Hegel si confronta direttamente col mondo scientifico del suo tempo. Si tratta del luogo più controverso della sua produzione filosofica. Ma quanto emerge di fondamentale è questo: «Esiste un’armonia tra natura e ragione e per comprenderla non si può fare ricorso a leggi meccaniche: le sole forze newtoniane non sono sufficienti a dar conto della vita». Lo stesso sistema solare è un sistema vivente, Hegel lo chiama addirittura animal, e nulla si conquista se si rimane estranei alle leggi della natura che deve essere invece compresa in modo razionale. Del resto era questo il clima culturale in cui ci si trovava immersi. Il metodo sperimentale comincia a strutturarsi intorno a un sapere dimostrabile costruendosi sulla base del modello matematico, dell’osservazione e degli esperimenti. D’altro canto si ripropone il vitalismo, che ribadisce l’autonomia delle scienze della vita rispetto alla fisica inorganica, e cioè: il paradigma epistemico della fisica newtoniana era insufficiente per comprendere la vita, come avevano già riconosciuto Erasmus Darwin (il nonno di Charles), La Métherie, Kielmeyer, gli archivi del mondo di Georges-Luis Leclerc. Non basta più guardare gli oggetti e descriverli, bisogna anche interpretarli. Già l’approccio storicizzante, introdotto nel XVII secolo, aveva fatto sì che la natura manifestasse il suo lato attivo, chiosa Stefania Achella: «I fenomeni naturali non sono immutabili, ma soggetti al tempo ma soggetti al tempo e alla trasformazione, carattere che determinerà anche il successivo passaggio dal fissismo all’evoluzionismo». Una nuova forma di razionalità permea il concetto stesso di organismo, portando a coincidere i significati di organico e razionale e la biologia ad essere “fecondante in senso epistemologico”. Attenzione, avviene la stessa cosa in ambito etico-politico. «Nello stato, le teorie contrattualiste hanno svolto la stessa funzione che il meccanicismo ha preteso di svolgere nella comprensione dei fenomeni naturali. Il contratto, così come l’idea di meccanicismo, mette insieme, accetta, non partendo dalle relazioni, ma dalle parti. Esso muove dai singoli, dalle individualità, nella loro separatezza. Questa impostazione in cui, rispetto all’istituzione, il singolo resta nella sua individualità, conferisce allo stato il potere di una penetrazione totale nella vita del singolo».
Hegel, dunque, cosa farà? Quando dovrà rispondere, nell’Enciclopedia, alla domanda “Che cosa l’uomo è?” Scenderà nella regione oscura, così chiamerà l’antropologia, in cui “il discorso sull’uomo e sui prodotti dell’uomo, dal pensiero alla cultura, si confronta con la sua struttura organico-naturale”.
Ma è nella Scienza della Logica che Hegel porterà a maturazione la questione, un’operazione di risistemazione delle categorie della vecchia metafisica che supera la logica trascendentale tenendo conto delle scoperte delle scienze, la dialettica si mette in cammino a partire dal Cominciamento, l’Essere, e costruisce quella che diventerà l’Idea, “un procedere in avanti, che è sempre anche un rielaborare quello che c’è dietro e dentro”. «Il piano del logico si incrocia, in questo itinerario formativo, con quello del vivente. La biologia, la logica cognitiva interna alla vita diventa un modello epidemico». Ma se la vita ha tutta l’importanza evidenziata dallo studio di Stefania Achella, allora possiamo concludere con lei che “il precipitato ultimo del sistema non sarà lo spirito disincarnato ma, in un totale capovolgimento, l’uomo con il suo corpo, i suoi bisogni fisici, il suo soma, i suoi atteggiamenti abituali.
Foto L’età dell’oro di Lucas Cranach il Vecchio (1530) | CC0







