Uno degli ultimi libri di Giorgio Agamben si intitola La voce umana (Quodlibet, Macerata 2023) e sviluppa una serie di riflessioni che l’autore sta portando avanti, produttivamente, ormai già da diversi anni. Per lui, il porsi del problema della voce come problema filosofico – e problema filosofico per eccellenza, come volevano gli stoici – significa interrogarsi circa la relazione che corre fra essa e il linguaggio, relazione che, per quanto sembri appartenere alla più abusata ovvietà, del tutto all’opposto, invece, ovvia non lo è affatto.
Ora, dove la nostra tradizione ha trattato filosoficamente il problema della voce è stato, segnatamente, nel contesto della grammatica. Si dà, infatti, una corrispondenza strettissima fra categorie filosofiche e categorie logico-grammaticali, fra le quali, l’attenzione di Agamben cade, in particolare, sul vocativo. Ma che cos’è un vocativo? Quella cosa – sostiene Diogene Laerzio – che, se uno la dice, chiama. E chiamare in un duplice senso: nel senso di apostrofare, rivolgere la parola, e di nominare, così che l’azione del vocativo si esplica tanto nell’appello quanto nella nominazione. Nel senso che noi possiamo rivolgerci a qualcuno solo nella misura in cui quest’ultimo è stato, precedentemente, chiamato nella lingua con un nome. Rispetto alle altre forme del parlare che dicono qualcosa di qualcos’altro, il vocativo è allora quell’unico caso della declinazione di un nome che non dice affatto nulla, ma, semplicemente, chiama. I grammatici antichi sostenevano così che il vocativo, in quanto non è un caso assimilabile agli altri, è fornito di uno statuto speciale. Se facciamo bene attenzione, infatti, esso non si inscrive nel flusso sintattico-grammaticale del discorso, ma, piuttosto, lo interrompe, lo spezza, lo sospende. Tant’è che si può dire che è come se, nel vocativo, la lingua cercasse di afferrare un qualcosa che costitutivamente la eccede.
La nostra tradizione filosofica, fin dall’inizio, ha visto come costituiva del linguaggio una scissione fra due piani che sono incomunicabili fra loro: il piano dei nomi e quello del discorso (Platone), il piano della langue e quello della parole (Saussure), il piano del semiotico e quello del semantico (Benveniste). Ebbene, il vocativo mette radicalmente in questione una tale scissione, perché non cade né da una parte né dall’altra dei due piani. Ma allora che cosa propriamente esso è, visto che, nel suo rivolgere la parola, può chiamare non solo una persona, ma anche, ad esempio, un’entità astratta? Sostiene Agamben: ciò che chiama il vocativo è il puro aver nome, il «puro aver luogo di un’istanza di parola», il fatto che «là e in quel momento vi è una voce». E come possiamo chiamare tutto ciò: voce, appunto, con la precisazione, però, che essa sta per quel tertium che funge non da elemento originario che precede la scissione fra nome e discorso, ma contrassegna, piuttosto, lo scarto che vige fra l’uno e l’altro.
Ne discende che, se dal piano del semiotico al piano del semantico non c’è affatto passaggio, un segno può riferirsi alla cosa che designa non per natura o per convenzione, come secondo le due tesi tradizionali, discusse anche da Platone, circa la natura del linguaggio, ma solo se questo segno stesso viene chiamato da una voce. E, parlando di voce, non va poi dimenticato che a quest’ultima, come nei suoi equivalenti in greco (phoné) e in latino latino (vox), è insita una duplicità fondamentale: «significa tanto la parola significante che la sua consistenza sonora». Cosa che, appunto, non va dimenticata, perché ciò che qui è in gioco è la definizione tradizionale stessa dell’uomo come quel «vivente che ha il linguaggio», nonché la differenza, anch’essa tradizionale, che corre fra la voce umana articolata e la voce animale, non articolata e confusa. Su questo punto, Agamben si rifà, ovviamente, al passo iniziale del De interpretatione di Aristotele, laddove la lettera (gramma) viene vista come quell’elemento della voce che, in quanto è inscritto in essa, è ciò che la rende intelligibile e significante.
La lingua allora non è indipendente dalla scrittura, ma – come vuole Benveniste – è «proprio e soltanto la scrittura [che] ha permesso alla lingua di costituirsi come un sistema di segni». È grazie alla scrittura alfabetica che «il linguaggio […] si fissa in una lingua che, come tale, può essere analizzata e conosciuta». Fissazione resa possibile dal passaggio dal sistema sensoriale voce-orecchio al sistema sensoriale mano-occhio, dove, accedendo alla possibilità di “vedere” la voce, la quale, articolandosi, si è così grammaticalizzata, noi possiamo riuscire a “leggere” gli elementi che la compongono.
E proprio in tal senso “leggere” è una delle prime attività insegnate ai bambini, i quali, partendo dallo studio della grammatica, pervengono in tal modo, senza saperlo, ad acquisire i fondamenti stessi della filosofia.
For he’s a jolly good fellow and so say all of us di Dendy Sadler. Olio su tela, prima del 1897 | CC0







