Dall’amico Paolo Arsena riceviamo e pubblichiamo
«Lei sta in cielo». La frase che papa Bergoglio ha riferito a Pietro, fratello di Emanuela Orlandi, cinque giorni dopo la sua elezione del 2013, forse tradiva già l’intento di svelare, malgrado tutta la quarantennale coltre di reticenze, depistaggi e omertà da parte della Chiesa.
Oggi che, con la morte di Ratzinger, è venuto meno anche l’altro papa che ha vissuto da vicino il mistero della ragazza scomparsa nel lontano giugno 1983, il pontefice arrivato dall’Argentina ha fatto il passo che nessuno si aspettava più: ha riaperto il caso.
L’ennesimo infingimento per dimostrare disponibilità?
Può darsi, a giudicare dal passato. Ma può anche trattarsi di una svolta vera, alla luce della faida vaticana tra i lealisti e i conservatori, sempre tenuta sottotraccia e ora deflagrata con la fine del doppio pontificato.
La vicenda Orlandi è costellata di riscontri veri e di depistaggi.
A distanza di tanti decenni, chi ha seguito da vicinissimo tutta la storia (in primo luogo la famiglia della povera ragazza) un’opinione vicina alla verità ce l’ha. E nel sit-in che Pietro Orlandi ha tenuto il 14 gennaio alle porte del Vaticano, davanti a 700 persone desiderose di giustizia, molte cose sono state dette. Quelle comprovate dai fatti, e quelle che conosce la famiglia, che in Vaticano ci vive, ci ha lavorato e che in tutti questi anni ha fatto domande, incontrato persone, raccolto testimonianze.
Dunque la ricerca della verità viaggia su due direttrici.
1) Diffidare di ogni pista che riguardi Alì Agca e il presunto intrigo internazionale. Quella è una storia chiusa. L’attentatore del papa ha dato più versioni dell’accaduto, senza mai fornire riscontri e senza dare seguito alle sue affermazioni. Mentre la pista internazionale aperta dall’appello di Wojtyla ai rapitori pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela (quando la famiglia non aveva alcuna certezza sul rapimento ed era ancora per le strade di Roma in cerca della ragazza) non ha mai portato da nessuna parte. Ma l’ipotesi del sequestro da parte dei Lupi Grigi per la liberazione di Agca, reiterata dal papa in più appelli successivi, fu subito accreditata dalla stampa e dalla politica come la verità. Una verità smontata anni dopo da diverse dichiarazioni. A questo proposito appare anche sfaccettata la lettura della visita che Wojtyla fece in carcere ad Agca proprio alla fine dell’83, e il cui contenuto è rimasto privato.
2) Barra ferma sui fatti acclarati.
È acclarato che la Orlandi, prima di sparire dopo la lezione di musica nei pressi di Sant’Apollinare, sia stata vista in compagnia di un uomo con la Bmw verde scuro Ia cui descrizione (eleganza, tratti somatici) può tranquillamente coincidere con quella di Enrico “Renatino” De Pedis. Più di una testimonianza, diversa per fonte, converge su questo. E la Bmw è stata trovata a distanza di anni, impolverata e ferma da molto tempo, nel parcheggio sotto Villa Borghese, su indicazione di Sabrina Minardi, sua compagna di allora.
È acclarato che Enrico De Pedis abbia avuto sepoltura, per volere del cardinal Ugo Poletti, nella cripta della chiesa di Sant’Apollinare, per “ricambiare un favore”. Cosa deducibile dalle dichiarazioni di chi ha fornito questa clamorosa informazione, e confermata indirettamente dalle reticenze e dalle intercettazioni di don Piero Vergari, il rettore della stessa chiesa di Sant’Apollinare.
Sono acclarati una serie di elementi (la corrispondenza con le dichiarazioni di Antonio Mancini, l'”accattone” della Banda della Magliana; I’esistenza del rifugio dove fu presumibilmente tenuta Ia Orlandi; lo stesso ritrovamento dell’auto di Di Pedis) che rendono la preziosa testimonianza di Sabrina Minardi qualcosa da tenere in debita considerazione. Se non per tutto ciò che ha detto (ha vissuto le vicende in modo a volte indiretto e con la testa non completamente a posto, per via delle droghe), sicuramente per aver fornito pezzi importanti di un puzzle che si incastrano molto bene.
È acclarata inoltre la frequentazione e l’amicizia di Poletti (futuro presidente della CEI) con De Pedis, che a quel tempo frequentava anche gli uffici di eminenti ministri della Repubblica, vicini al Vaticano.
Infine è acclarato il comportamento della Chiesa, omertoso, contraddittorio e non collaborativo. O fintamente collaborativo. Con tanti aneddoti a volte davvero incredibili che lo stesso Pietro Orlandi ha raccontato e racconterà ancora.
Insomma tutto spinge a guardare ai massimi livelli della Curia vaticana e ai legami torbidi con la criminalità romana di quel periodo.
Dentro le mura Vaticane c’è chi sa. E forse tanti, o tutti sanno.
Senza altre manfrine e prese in giro, se si vuole veramente fare luce, basta parlare.
Solo le verità inconfessabili vengono taciute così a lungo. Quelle che possono far crollare l’intero istituto ecclesiastico.







