Dopo le ultime dichiarazioni di Giorgia Meloni che hanno annunciato un piano di privatizzazioni per 20 miliardi l’Italia torna a interrogarsi sul suo debito pubblico, sulla sua sostenibilità e soprattutto su come ridurlo.
L’Italia ha un debito pubblico pari a circa 2.800 miliardi (140% del PIL), in Europa invece la Francia ha un debito pubblico pari addirittura a 3.090 miliardi e la Germania di 2.700 miliardi circa; tuttavia il rapporto deficit/PIL è più basso, i francesi infatti hanno un rapporto del 110% e la Germania solo del 65%.
La Presidente del Consiglio ha parlato di un piano per la vendita di quote delle aziende pubbliche da completarsi in tre anni; in particolar modo si è parlato di Poste Italiane, ma sono nel mirino anche il 4% di ENI e una non specificata quota di Ferrovie dello Stato. A ciò si aggiunge anche, certamente, una quota di Monte dei Paschi di Siena, ancora sotto controllo pubblico dopo i negativi risvolti degli anni passati.
“Non svenderemo nulla” assicura Giorgia Meloni, col controcanto del ministro dell’economia Giorgetti che afferma che “non è semplicemente fare cassa”: ci si permetta di dubitare di tali affermazioni.
Il dubbio permane in realtà su tutta la strategia: è una banalità dirlo ma vendere il “patrimonio di famiglia” è sempre la scelta sbagliata quando si vuole aiutare un’azienda, figuriamoci un paese.
Vi sono settori strategici per lo Stato che non dovrebbero essere ceduti in questo momento storico e geopolitico: le quote della ENI sono un esempio lampante.
La manovra in sé peraltro nasce già fallata; i 20 miliardi in tre anni di cui parla Giorgia Meloni corrispondono al’1% del PIL…sempre in tre anni, cioè lo 0,33% all’anno: il nulla cosmico se parliamo di risorse destinate alla diminuzione del debito pubblico che a oggi ammonta, come abbiamo detto, a quasi 2.800 miliardi. Se questi 20 miliardi li destinassimo tutti a ridurre il debito otterremmo una diminuzione di appena 0,71%, sempre in tre anni.
Rimane poi la domanda delle domande: passati questi tre anni cosa facciamo? Vendiamo ancora qualcos’altro continuando a depauperare il patrimonio pubblico italiano?
La vendita annunciata da Giorgia Meloni appare come un cerotto dato a un lebbroso e rappresenta una soluzione temporanea e a breve termine.
La foglia di fico è servita: più semplice vendere qualcosa che fare delle riforme serie.
Ci sono due riserve importanti da cui poter trarre miliardi (e molti più di 20!): l’evasione e gli sprechi.
Mentre i falchi della finanza sono pronti a piombare sul patrimonio dello Stato, la Cgia di Mestre sottolinea che gli sprechi della pubblica amministrazione ammontano a 180 miliardi cioè a più del doppio dell’evasione fiscale che è di “soli” 83,6 miliardi di euro.
Esiste quindi un tesoro, tra evasione e sprechi, di 260 miliardi da cui poter attingere: basterebbe ridurre sprechi ed evasione fiscale del 10% che già si recupererebbero 26 miliardi.
A ciò si aggiunge un ulteriore dato, capace peraltro di generare crescita economica, e cioè i debiti commerciali della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese fornitrici, pari a circa 50 miliardi.
Saldare questi debiti certamente traghetterebbe tante imprese in sicurezza e sarebbe foriero di crescita economica.
Insomma; le idee alternative (e durature) sono almeno due, più una per la crescita, ma è ovvio che queste costino più fatica che mettere fuori dalla porta un cartello “vendesi”.
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