L’estradizione di Al-Masri è stata gestita nel peggiore dei modi possibili, con un misto di improvvisazione, reticenze e dichiarazioni contraddittorie. Fin dall’inizio, il governo ha dato l’impressione di non avere il controllo della situazione, lasciando spazio a versioni confuse e alimentando il sospetto che la decisione fosse stata imposta dall’esterno.
Il punto non è solo se vi fosse o meno una ragione di Stato dietro questa operazione, ma il modo in cui è stata condotta. Se davvero esistevano pressioni internazionali insormontabili, era dovere del governo gestire la vicenda con autorevolezza e trasparenza. Invece, si è scelta la via del silenzio, del tentennamento e, infine, della giustificazione postuma, quando ormai il danno era fatto.
Così facendo, l’Italia ha dato l’impressione di essere una pedina nelle mani di potenze straniere, incapace di difendere una linea chiara in politica estera e di spiegare ai cittadini il perché di certe scelte. Non si può chiedere alla pubblica opinione di accettare decisioni così gravi senza fornire spiegazioni convincenti. E non si può pensare di risolvere tutto con dichiarazioni di circostanza, senza un’assunzione chiara di responsabilità.
Particolarmente imbarazzante è stata la spiegazione fornita dal ministro della Giustizia Nordio in Parlamento. Un intervento vago, tentennante, che invece di chiarire ha aumentato la confusione. Nordio, che per anni si è presentato come un paladino dello Stato di diritto e della chiarezza istituzionale, si è limitato a un’arrampicata sugli specchi che ha lasciato più dubbi che certezze.
Ma ancora più grave è stato l’atteggiamento del Presidente del Consiglio, che anziché metterci la faccia e venire in Parlamento, ha preferito nascondersi, evitando un confronto diretto con il Paese e con le istituzioni democratiche. Il fatto che abbia ricevuto solo una comunicazione di cortesia sulla vicenda è sintomatico del clima che questo governo sta alimentando, una strategia di ritenzione che mira a esasperare i rapporti con la magistratura per poi cavalcare il malcontento e portare avanti la riforma della giustizia. In questo schema, il caso Al-Masri diventa un tassello di una strategia più ampia, che punta a indispettire cittadini e istituzioni per creare il terreno favorevole a interventi di riforma altrimenti difficili da far passare.
In ogni caso, anche mandare in Parlamento due figuranti—per quanto autorevoli ministri—ed evitare il confronto diretto con le Camere non è stata una mossa degna di un governo sicuro delle proprie scelte. È stata, piuttosto, una dimostrazione di debolezza politica, un tentativo maldestro di sottrarsi alle proprie responsabilità. Il risultato è stato solo quello di aumentare la confusione e mettere in luce le tante contraddizioni esistenti, non tanto e non solo all’interno della maggioranza, ma addirittura all’interno della stessa Presidente del Consiglio e degli stessi membri del suo governo, che dall’opposizione sostenevano esattamente il contrario di ciò che oggi difendono.
Si può comprendere che gli Stati, talvolta, compiano azioni discutibili per tutelare il proprio interesse nazionale. La storia è piena di casi in cui la realpolitik ha imposto scelte difficili, spesso anche impopolari. Proprio per questo, però, serve sensibilità, competenza e professionalità nel portare avanti certe operazioni. Non si tratta di una giustificazione, come alcuni hanno provato a suggerire, né tanto meno di un’attenuante. Al contrario, come ha fatto notare anche Bruno Vespa, se davvero dietro questa vicenda vi fosse una logica di Stato, la gestione dilettantesca del governo non sarebbe una scusante, ma semmai un’aggravante. Quando si affrontano questioni delicate, che toccano l’equilibrio tra giustizia, politica e relazioni internazionali, l’ultima cosa che un governo può permettersi è apparire improvvisato e disorientato. E invece, ancora una volta, l’Italia ha dato l’impressione di non essere padrona del proprio destino.
Galleria della presidenza del Consiglio dei Ministri








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