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Eterno splendore di Jean-Jacques

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
29 Giugno 2023
in Cultura
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A oltre tre secoli dalla nascita di Jean Jacques Rousseau, 29 giugno 1712, ritorna sempre in mente il giudizio di storici come Burke, o di Taine che videro in lui il genio malvagio della Rivoluzione francese. Per Quinet, invece, Rousseau era la “legge stessa della rivoluzione”. Uno storico più recente come Jonathan Israel scaricherebbe tutto Rousseau sul solo Robespierre, ignorando magari che i rivali di Robespierre, Barnave, Brissot, i coniugi Roland, Manon soprattutto, erano rousseauiani quanto e più di lui. Poi Marat non era rousseauiano. Ambiva a prendersi lui solo il merito della Rivoluzione, mentre Danton semplicemente è difficile che abbia mai letto un intero libro di Rousseau. Il buon Cochin negava una filiazione della Rivoluzione dal pensiero di Rousseau dal momento che la riteneva concepita direttamente dai “philosophes” di cui Rousseau fu una vittima. Cochin accusa Voltaire e D’Alembert, la stessa Enciclopedia che falciava le reputazioni come la ghigliottina le teste. Ecco quindi che il modo convenzionale con cui Rousseau veniva genericamente inteso in Europa, decade rapidamente. Maria Antonietta è una lettrice di Rousseau così come le sue dame di compagnia a Versailles. Il libro più diffuso in Francia di Jean Jacques per lo meno fino al 1789 è La Novelle Heloise, non certo Il Contratto sociale che conoscono in venti. Mentre in America ed in Russia, invece, il suo testo più diffuso è l’Emile. È proprio l’Emile che bisogna sempre tenere a mente per avere un’idea di Rousseau, ovvero quella della necessità di educare il fanciullo fuori dalla tutela della Chiesa in generale, cattolica in particolare. Rousseau finito in oratorio vorrebbe una scuola borghese e poiché la borghesia non è ancora nulla per contrapporsi al potere dell’ordinamento costituito, si inventa la Natura educatrice. Qual è allora il primo apprendimento che si deve dare al fanciullo? Che la libertà precede l’autorità, che il dovere dell’uomo si fonda sulla libertà del suo genere. L’Emile riprende il trattato dell’Eguaglianza, dove scrive che “l’uomo nato libero, si ritrova dappertutto in catene”. Tesi tutta da dimostrare, che resta il cuore delle convinzioni di Rousseau.

Nessuno sa dire se Rousseau non avesse sbagliato con questa idea della natura fondamentalmente libera. Resta il fatto che da Rousseau nacque, più che la Rivoluzione, un’intera filosofia che attraverserà l’idealismo tedesco fino a Schopenhauer, mentre la società francese sua contemporanea abbondava di riferimenti ai “buoni selvaggi” che se mai incontravi in una foresta ti avrebbero scotennato. Un grande interprete di Rousseau, come Nietzsche, lo paragonerà al morso della tarantola. Troppe contraddizioni, paralizzano. E pure Rousseau ha una linea di pensiero assolutamente chiara. Rousseau polemizza con Grozio dicendo che il popolo precede il re ed in base a questa precedenza sono precedenti le sue stesse prerogative. Ed ecco il suo morso, egli inventa letteralmente la “sovranità plurale” che in effetti nella storia del pensiero è una novità unica. Nemmeno nella Repubblica di Roma il popolo era sovrano, al limite lo è il Senato, che non raccoglie il popolo, ma le famiglie più importanti della comunità. È possibile che Rousseau si rendesse conto di essersi spinto troppo avanti nella sua visione dello Stato, tanto da preoccuparsi di assicurare degli strumenti di controllo al governo di una nazione, badate non nel concetto, ma nel numero. La sua Repubblica, l’unica forma di governo fondata sulla legge, si istituisce necessariamente in piccole comunità. Mai l’avrebbe consigliata ad una nazione estesa come la Francia, impensabile per l’America, e pure, come si vedrà, sono proprio le nazioni più grandi che subito vorranno essere repubblicane e non troveranno in Rousseau nessun conforto tematico di loro aiuto. Perché appunto Rousseau non è un politico più di quanto non sia un musicista. Rousseau è un uomo del settecento che può trovare solo un gemello nel Don Giovanni di Mozart pronto ad inneggiare alla libertà per sedurre la moglie di un altro.

Più i secoli sono passati, più Rousseau è diventato incomprensibile. Persino intellettuali di una certa levatura, Simone Weil il secolo scorso, lo ritiene troppo astratto, lei che all’epoca era marxista! Eppure Rousseau mica pensava di irregimentare la società come pure provò a fare il socialismo scientifico. Il contratto è la base delle relazioni fra Stato e cittadino ed il cittadino può ritirarsi in qualunque momento. I giacobini francesi che dovettero affrontare questo problema non sapevano come uscirne. Gli emigrati erano nel loro diritto o meno? Rousseau concedeva loro di non servire la patria rispettando la loro sensibilità individuale. Qualcosa di impossibile per il liberale Locke, appena il principe di Orange suo padrone, non fu salito al trono di Inghilterra. Da quel momento Locke di liberale non mostra più niente ed il dovere verso lo Stato torna assoluto. Condorcet invece si mostrerà perfettamente rousseauiano, molto meno, Saint Just. D’altra parte come non rendersi conto della difficoltà di leggere autori oramai tanto remoti? Molti più equivoci di Rousseau, anche se meno vistosi, li ha procurati Montesquieu. Lui che era un autentico ammiratore di Silla, ebbe il solo problema politico di impedire che nuovamente un re venisse decapitato su delibera del parlamento, come era accaduto al suo compianto Carlo I. Così nacque una separazione dei poteri che Rousseau non concepiva affatto. Il liberalismo si riferisce alla libertà del re. Solo per questo Rousseau non è mai stato considerato liberale. Rousseau vagheggiava una società in cui il solo sovrano fosse il popolo.

Museè Jean Jacque Rousseau, Montmorency

Tags: LockeRousseau
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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