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Hitchcock a scuola da Kant

di Giuseppe D'Acunto
12 Agosto 2024
in Cultura
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Nasce come un omaggio dichiarato al cinema di Hitchcock questo libro di Ermanno Bencivenga (La finestra sul male. Temi di etica kantiana nell’opera di Hitchcock, Hoepli, Milano 2023, pp. VI-170), da parte di chi, essendo un filosofo di professione, ha scoperto in esso la presenza di una forte vena filosofica, che si alimenta, in particolare, alla fonte del formalismo e del rigore dell’etica kantiana. «L’etica kantiana è onnipresente nel lavoro di Hitchcock».

Il primo film in rapporto al quale la tesi appena esposta viene messa alla prova è La finestra sul cortile (1954). Qui, il fotoreporter L. B. Jefferies, impersonato da James Stewart, immobilizzato su una sedia a rotelle, a causa di una gamba ingessata, osservando dalla finestra la vita dei suoi vicini, grazie a un binocolo e alla propria macchina fotografica con teleobiettivo, sospetta uno di essi quale autore di un omicidio ai danni della moglie. Ebbene, dopo che, in un primo momento, la sua ricostruzione dei fatti e le sue congetture sembrano essere infondate – così pensano, infatti, la sua fidanzata Lisa, l’infermiera Stella che lo assiste e un investigatore suo vecchio amico –, in un secondo momento, viene fuori, invece, che egli ci ha visto giusto. E questo perché – ed ecco il motivo kantiano – la ragione non può interferire direttamente con il mondo empirico, data la sua appartenenza a un’altra sfera rispetto a quest’ultimo, ma può solo valutare gli eventi, alla luce di un giudizio perentorio e insindacabile. Richiamando l’attenzione sul nesso che, nel filosofo tedesco, vige fra libertà e legge morale, si chiede al riguardo Bencivenga: «Che senso avrebbe infatti enunciare giudizi morali, distinguere il bene dal male, esortarci a scegliere l’uno e fuggire l’altro, se non esistesse alcuna scappatoia dal determinismo, se nessuna azione fosse mai libera?».

Bencivenga definisce, inoltre, l’atteggiamento di Jefferies come «ossessivo» e come «infinitamente sospettoso», nel senso che, di fronte alle obiezioni che vengono mosse alle sue ipotesi di colpevolezza, va sempre alla ricerca di nuovi riscontri per le sue accuse: egli solleva cioè un sospetto dietro l’altro, aspettando che gli venga esibita una prova indiscutibile che dimostri l’innocenza dell’uomo da lui ritenuto assassino. In sostanza, mentre, dal punto di vista giuridico, una persona è innocente fin quando non venga riconosciuta colpevole, per il protagonista del film, del tutto all’opposto, una persona è colpevole fin quando non venga riconosciuta innocente. Ora, questo modo di ragionare ricorda molto da vicino il processo del discernimento morale, secondo Kant, dove ogni uomo deve considerarsi colpevole di qualcosa, fino a quando non riesce a convincersi e a convincere gli altri della sua completa estraneità al fatto in questione. «Saremo colpevoli finché non saremo riconosciuti innocenti, ma un riconoscimento d’innocenza non sarà mai raggiunto».

In tal senso, in Kant e, di riflesso, in Hitchcock, vige una distinzione implicita fra «razionale» e «ragionevole», dove è la ragione, intesa in senso operativo, ciò che svolge il ruolo di autentico protagonista. Essa spinge verso soglie che, per quanto apparentemente inverosimili e insensate, non vanno però mai escluse dall’orizzonte della possibilità. E questo perché «nessuno può sapere quel che farà una persona normale in circostante anormali; non può saperlo neanche la persona stessa». Non tener conto di questa “spinta” che viene dalla ragione, attenendosi soltanto al «ragionevole», significa, all’opposto, conformarsi al «già visto e già detto, al “senso comune”».

Tra gli altri film esaminati nel libro, c’è poi anche l’ultimo girato da Hitchcock: Complotto di famiglia (1976), dove si raccontano le vite parallele di due giovani coppie, Blanche e Georg, da un lato, e Fran e Arthur, dall’altro: vite che si intrecciano fra loro nel momento in cui Arthur si rivela essere l’uomo di cui la prima coppia è alla ricerca. Egli è un gioielliere che, per passatempo, raccoglie grossi diamanti, i quali vengono da lui nascosti dove tutti potrebbero vederli: fra le gocce di cristallo del sontuoso lampadario di casa. Ed è proprio qui che si può trovare un altro possibile riferimento a Kant: al Kant, questa volta, però, non dell’etica, ma della teoria della conoscenza. «Ci si aspetta di trovare un diamante in cassaforte, nella vetrina di un negozio, al collo di una bella signora, in un nascondiglio, non in un lampadario. Le intuizioni senza concetti sono cieche, dice Kant: non vediamo nulla se non sappiamo che cosa stiamo vedendo, che cosa sia. È mobilitando i nostri concetti che sintetizziamo il mondo, che costruiamo un mondo da una molteplicità indifferenziata. Se il concetto di diamante non è mai attivato, ma lo è invece lampadario a gocce, allora non ci sarà per noi un diamante e non potremo vederlo».

Foto Alfred Hitchcock (Madame Tussauds London) | neekoh.fi | Flickr | CC BY 2.0

Giuseppe D'Acunto

Giuseppe D’Acunto: ha insegnato presso le Facoltà di Filosofia de «La Sapienza» e dell’Università Europea di Roma. È direttore editoriale della rivista di filosofia on-line «Consecutio temporum», condirettore della rivista di filosofia «Azioni Parallele», nonché membro del Comitato Direttivo del «Centro per la Filosofia Italiana»

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