In occasione della ricorrenza dei vent’anni dalla morte di Norberto Bobbio, il giurista Gustavo Zagrebelsky gli ha dedicato un libro (Il dubbio e il dialogo. Il labirinto di Norberto Bobbio, Einaudi, Torino 2024, pp. 96), il cui contenuto si può racchiudere nelle tre parole-chiave che compaiono nel titolo e nel sottotitolo. Convinto che vivere da filosofi voglia dire districarsi entro un «labirinto» di idee, ecco come il grande pensatore italiano ha eletto il «dubbio» e il «dialogo» a vere e proprie stelle polari del suo orientamento. E ciò perché il suo obiettivo primario è stato non tanto di raggiungere la verità, quanto di dirimere, il più possibile, le incomprensioni reciproche. Al riguardo, infatti, ha scritto: «Mi ritengo un uomo del dubbio e del dialogo. Del dubbio, perché ogni mio ragionamento su una delle grandi domande termina quasi sempre, o esponendo la gamma delle possibili risposte, o ponendo ancora un’altra grande domanda. Del dialogo, perché non presumo di sapere quello che non so, e quello che so metto alla prova continuamente con coloro che presumo ne sappiano più di me».
Di Bobbio, Zagrebelsky mette soprattutto in risalto la polarità che sussiste fra “problema” e “metodo”, dove l’uno «accende ma non corrompe» l’altro, il quale, a sua volta, «illumina e non schiaccia» il precedente. «Consideriamo che i problemi sono dati dall’esterno, dai casi della vita, mentre il metodo siamo noi a dovercelo dare. Il metodo non è un freddo atteggiamento teorico; è un modo d’essere morale. […] Parlando di metodo, parliamo perciò non semplicemente d’un utensile concettuale, ma parliamo di una personalità». Ne viene fuori così la figura di un intellettuale che è stato «semper idem et novus»: «semper idem», nel metodo concettuale da lui adottato, e «semper novus», nei risultati dell’applicazione di questo metodo ai problemi che, volta per volta, si prospettavano. In poche parole, rigore e flessibilità si sono dati, in Bobbio, come strettamente congiunti, nella misura in cui il metodo non si è mai irrigidito, ma è stato sempre «aperto ai problemi». «Fermo l’approccio del pensiero, variabili gli approdi dell’azione».
Ma a essere messo in risalto è anche il fatto che il pensiero di Bobbio, usando procedere per distinzioni, tende ad assumere regolarmente la forma della dicotomia, dove la più conosciuta fra tutte è stata quella fra destra/sinistra. «Egli è stato un cercatore, o addirittura un cacciatore, sistematico di dicotomie». Le dicotomie hanno questo di caratteristico: non ammettono compromessi e sintesi concettuali. Ogni lato di esse può illuminare così per contrasto l’altro, il quale, se restasse nell’oscurità, «renderebbe la conoscenza soltanto parziale». In tal senso, la duplicità, nel pensare, non va vista come un’anomalia, ma è indice, invece, di uno sguardo che si mantiene sempre vigile, così che accettarla vuol dire «accettare la complessità delle cose e del pensiero sulle cose». «Penso che provasse un intenso piacere intellettuale nell’incontrare antinomie sulla strada dei suoi pensieri, per poterle enunciare e spesso denunciare e, infine, “sistematizzarle” nel modo più chiaro possibile».
Quando però un’antinomia si rivela come “indecidibile”, ecco che ciò è segno del fatto che il pensiero si è spinto fino alla soglia del «mistero delle cose ultime»: «mistero» che «non nega la ragione e i suoi compiti, ma fissa i limiti entro i quali esso può usare i suoi strumenti conoscitivi». Il modo di pensare dicotomico presenta poi ancora un’altra caratteristica: esso, proprio muovendosi entro il campo dischiuso dalle due polarità, di volta in volta, enucleate, crea di fatto le condizioni per promuovere un atteggiamento strutturalmente dialogico che non solo si apre alle convinzioni degli altri, ma, in più, si fa carico anche delle ragioni degli avversari.
È così che a due delle parole-chiave viste in precedenza, «dubbio» e «dialogo», se ne può aggiungere un’altra: «tolleranza». «Tolleranza», «dialogo», «dubbio», quindi. Perché, mentre il principio del «dialogo» deve regolare la convivenza delle idee e il «dubbio» fungere da metodo per vagliare attentamente ognuna di esse, la «tolleranza» ci deve sempre ricordare, invece, come tale convivenza arrivi spesso a un punto oltre il quale non ci può essere che il conflitto.
Per tutti questi motivi, la lezione che ci ha trasmesso Bobbio – vista la rilevanza da lui accordata, in particolare, al principio del «dubbio» – non può essere ricondotta alle tesi portate avanti dallo scetticismo antico, proprio perché, mentre queste conducono alla passività e alla rassegnazione, il pungolo che ha animato la sua ricerca, al contrario, non ha trovato mai quiete in nessuna delle posizioni, da lui, di volta in volta, raggiunte. Il che ha fatto sì che essa, proprio non approdando mai a un esito finale, andasse avanti sempre potenziandosi e arricchendosi.
Foto Busto Norberto Bobbio | CC0







