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Il passato di un’illusione

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
4 Novembre 2024
in Cultura
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La Sivlio Berlusconi editore ristampa trent’anni dopo dalla pubblicazione Mondadori, “Il passato di un’illusione, l’idea comunista nel XX secolo” di François Furet, uno dei più grandi storici del ‘900. Furet in verità era specializzato sulla Rivoluzione francese, non in quella russa. D’altra parte il rapporto gli parve subito inevitabile, dal momento che non solo Lenin e Trotskij già dal 1905 si azzuffavano su Gironda e giacobinismo, ma proprio il professor Aulard dalla Sorbonne, il primo storico professionista della Rivoluzione, si era recato a Mosca e si era commosso nel vedere i soviet al posto dei club. Era l’epoca in cui la corrazzata russa Robespierre veniva varata a Leningrado e Stalin faceva sapere di avere un solo libro sul suo comodino, il Fouchè di Stefan Zweig. Persino il capo della NKVD, il sarto Ezov, ancora privo della licenza elementare, e senza più preoccuparsi di doverla prendere, citava Saint Just ogni volta che lo si incontrava e si rimaneva vivi per riferirlo.

“Il passato di un’illusione”, farà la gioia del presidente del Senato La Russa perché per Furet l’antifascismo, non è altro che il “doppio del comunismo”, ovvero il modo in cui il partito comunista sovietico tenta di colonizzare l’occidente sin dal 1935, quando il Comintern si schiera contro i vinti della prima guerra mondiale, la Germania, da contro i vincitori, le potenze democratiche, che era. Sono gli anni della guerra di Spagna, dove a Stalin non importa niente di difendere la Repubblica o la Libertà. Invece bisogna mettere un piede saldo a Madrid a costo di negoziare con il generale Franco, quando Hitler e Mussolini glielo impediscono. Allora le democrazie borghesi divennero utili a rafforzare l’espansionismo sovietico ad occidente. L’antifascismo fu il mantra per consentire questa affermazione del partito della classe operaia. Il modello lo offrirà la prosa di Malraux, per cui il proletariato si immola per il progresso del genere umano. Non fosse che Furet conosce troppo bene Koestler e ancora meglio Orwell che rivela al dettaglio i piani autoritari di Stalin e proprio nella sua esperienza in Spagna. Vista l’alleanza che da li a breve si instaurerà tra fascismo e comunismo, ecco che Orwell aveva perfettamente ragione e Malraux farà la figura dell’imbecille. Una sola tela si stende da Berlino a Mosca e comprime l’Europa fra due gulag. Si dovrà alla follia suicida di Hitler se questa tela si strappa. Stalin ci si trovava meravigliosamente a suo agio tanto che non avrebbe fatto mai nulla per rispolverare il vecchio antifascismo con tutti quei piccoli borghesi che gli stavano appresso e di cui comunque si sarebbe dovuto disfare.

Furet sarebbe invece sempre tornato volentieri ai suoi studi sulla Rivoluzione francese a cui in verità doveva tutto. Studiando a fondo la Rivoluzione si era liberato della dottrina marxista aprendo una frattura culturale profonda in Francia ed in Europa. Grazie a Furet i comunisti non saranno più i depositari del progresso nella storia. Quanto Furet dovesse questa sua evoluzione di pensiero, da giovane comunista che era, a reazionari come Cochin e Tocqueville non ha particolare importanza. Cochin gli fu utile per allargare il suo punto di vista sul giacobinismo che seppur tortuosamente potrebbe far ancora scorgere un meccanismo analogico alle due rivoluzioni, fondato sull’epurazione. Tocqueville, che è molto più baciapile controrivoluzionario di Cochin, la Rivoluzione la salva. Tocqueville nel suo Ancien Régime et la Révolution scrive, a sommo disprezzo del giacobinismo, che esso altro non era che il vecchio regime della Francia sotto una veste diversa, esattamente come Napoleone lo sarà a sua volt del repubblicanesimo. Ragione per cui lo stesso Tocqueville finirà ministro del nipote di Bonaparte ,cosa che doveva pur fargli un po’ schifo. Questo schema appare talmente convincente nei suoi dati essenziali, il conservatorismo, che Furet lo userà pari pari per capire la rivoluzione russa. Gli obiettivi di Stalin e dell’Unione sovietica rimangono gli stessi della Russia imperiale. Conclusosi mestamente lo zarismo come si era concluso il potere assoluto in Francia, la nazione, le élites, cercano altri protagonisti, sempre più determinati e si produce una selezione naturale per la bisogna. I bolscevichi seguono gli obiettivi di Ivan il Terribile e Pietro il Grande così come Robespierre quelli di Luigi sedici e Carlo nono, quindi due progetti antitetici fra loro.

Questa chiave interpretativa della storia non ci dice in verità molto delle due rivoluzioni. Principalmente è uno schema di cui Furet è intimamente convinto e lo applica all’intera storia europea, dove una spiritualità pregressa dei diversi popoli si aggiorna. risale la corrente e pur di affermarsi è disposta a modificare i suoi interpreti. In compenso ci dice molto della Russia di oggi. Il compagno Putin pur di riprendersi l’Ucraina che aveva sempre scodinzolato davanti allo scudiscio russo, è disposto ad arruolare persino i nord coreani. Stalin, fiero caucasico bianco, si fosse ridotto a farsi aiutare da un suo paria di colorito giallastro, piuttosto, si sarebbe suicidato. La Russia di Stalin era pur sempre una potenza.

licenza Pixapay

Tags: comunismoFuret
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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