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Il posto dell’uomo nel mondo. Come ridefinire la nostra finitezza

di Giuseppe D'Acunto
21 Dicembre 2022
in Cultura
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L’ultimo libro di Salvatore Natoli (Il posto dell’uomo nel mondo. Ordine naturale, disordine umano) inizia misurandosi con il fatto che noi, al punto della storia umana in cui siamo arrivati, dobbiamo decretare la fine dell’Antropocene, ossia di quell’epoca geologica che ha visto l’Homo sapiens come indiscusso protagonista, tale che egli è arrivato a imporre modifiche di incidenza strutturale al sistema-Terra. Lungo questo percorso evolutivo l’uomo non solo si è adattato all’ambiente, ma lo ha adattato anche e soprattutto a sé, molto più radicalmente di quanto siano riusciti a fare tutti gli altri viventi. È così che l’uomo, dopo aver scoperto le leggi che governano la natura, ne ha violato indiscriminatamente i segreti, pensando di poter volgere le forze di essa a suo esclusivo vantaggio. «Pare oggi che il medesimo processo evolutivo che ha permesso al Sapiens di guadagnare il centro lo riporti, paradossalmente, al margine o quanto meno lo costringa a ridefinire il suo posto nel mondo».

 La natura ci è apparsa così nella sua veste non più di madre benigna, ma in quella di vera e propria “matrigna”, la quale, ribellandosi alle storture impostegli dall’uomo, è arrivata a mettere a repentaglio l’esistenza stessa della nostra specie. La recente pandemia ha poi impresso un’accelerazione a tutto ciò, costringendoci a prendere in seria considerazione la situazione generale in cui ci troviamo e a cercare uno stile di vita compatibile con l’abitabilità del mondo. «Nell’arco di poco meno di un secolo si è passati da una prospettiva pantoclastica al terrore della catastrofe ecologica».

Va detto però che, all’origine di tutto ciò, c’è anche un’errata interpretazione del racconto biblico della creazione. L’uomo, creato per ultimo, nonché fatto a “immagine e somiglianza” di Dio, non per questo è, infatti, anche il signore del mondo. Piuttosto, è colui che se ne deve prendere cura e cui esso è stato affidato in custodia. La posizione di rilievo che egli occupa va vista così in rapporto alla storia della salvezza, ossia a quel piano divino che si risolverà con la redenzione finale.

Si diceva che l’uomo, per un singolare paradosso, quanto più si espande, accresce la sua potenza e si erge a sovrano del creato, tanto più si trova marginalizzato e come oltrepassato da ciò che egli stesso ha prodotto. Ebbene, ciò è accaduto per una sorta di effetto di rimbalzo o di “feedback cognitivo”, nel senso che gli strumenti che abbiamo creato per dominare la natura, rendendosi progressivamente indipendenti da noi, hanno dato luogo a conseguenze indesiderate e non previste, rispetto alle finalità originarie per cui erano stati escogitati. Non solo, ma gli effetti dell’artefatto sull’artefice «hanno prodotto come conseguenza che l’artificiale si venisse a costituire progressivamente come ambiente. […] Ciò non ha per nulla abolito la natura, ma l’ha fatta apparire sempre più nell’orizzonte della manipolabilità, che è divenuta sempre più la modalità di fondo con cui gli uomini si rapportano col mondo». I danni arrecati al pianeta non vanno perciò addebitati alla tecnica in quanto tale, ma a un impiego distorto di essa che ha convertito in armi letali ciò che poteva essere usato per promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile. Il dominio della tecnica copre così non solo il suo uso, ma anche e soprattutto il suo abuso: ciò che, fino a certo punto, eravamo noi a guidare, ora ci trascina inesorabilmente verso soglie che non siamo più capaci di governare. In poche parole, la selezione descritta da Darwin è destinata a essere superata da un’altra selezione che porterà le intelligenze artificiali non tanto a rimpiazzare l’uomo, ma a convivergli accanto, in una sorta di “nuova speciazione”. Ecco profilarsi così davanti a noi due opposti scenari: da una parte, abbiamo la previsione apocalittica di chi pensa che il potenziamento sempre maggiore della tecnica ci condurrà inevitabilmente al disastro ecologico e, quindi, all’estinzione della vita sulla Terra, dall’altra, abbiamo, invece, la previsione ottimistica secondo cui stiamo attraversando una transizione evolutiva, rappresentata dal fatto che «i cyborg, lungi dal soppiantare gli uomini, potrebbero, piuttosto, coesistere con essi sulla medesima terra». Cosa che, in qualche modo, già ci riguarda, proprio perché l’artificialità “modella le nostre vite” e, nella nostra quotidianità, noi siamo già abituati a convivere con le macchine.

A questo punto, dopo aver elaborato una lucida diagnosi del nostro tempo, Natoli indica la via da seguire per evitare i rischi catastrofici cui l’umanità sembra andare irreversibilmente incontro. Parte dal fatto che, come, sul piano neurobiologico, ciò che permette a un organismo di guadagnare e di mantenere una postura di stabilità in condizioni perturbate è l’omeostasi, così, tutto questo deve valere anche in relazione ai comportamenti umani, in particolare a quelli coscienti. All’altezza di ogni soglia di complessità del vivente troviamo, infatti, un “piano omeostatico“, il quale, nel caso della vita cosciente, evolve verso una “omeostasi culturale“, in quanto principio che governa la condotta morale e le convenzioni sociali. Ebbene, Natoli vede questo programma omeostatico di cui parla la neurobiologia contemporanea come del tutto congruo con la teoria del “giusto mezzo” (mesòtes)» di Aristotele, quale da lui viene fatta valere sul piano pragmatico. Ora, la pratica del “giusto mezzo” altro non è che un’ “etica delle virtù“, dove il termine virtù, sfrondato di ogni idea di rinuncia, divieto e autolimitazione, va visto come ciò nel cui segno imprimere una forma armoniosa alla propria vita, acquistando il governo di sé e diventando così pienamente soggetti. Ad Aristotele dobbiamo la messa a punto della prima fenomenologia dell’azione, costituita da istruzioni per l’edificazione di sé, la formazione del carattere e il modo di rapportarsi agli altri. La virtù, presa di per sé e in quanto manifestazione di una potenza, è una sola. Tuttavia, dal momento che si estrinseca non in astratto, ma sempre e solo in ambiti particolari, è da questi che trae il nome che, di volta in volta, la qualifica. Essa, inoltre, è un habitus che si viene consolidando attraverso la pratica del mondo, «nella trama delle azioni e delle relazioni». In tal senso, si può dire che le virtù «non sono che buone abitudini».

Ma che ne è della virtù in una società come la nostra in cui essa non è più richiesta? In cui la libertà viene concepita sempre più come semplice assenza di vincoli e non come la conquista di uno stato di autonomia da parte di un soggetto responsabile? In cui, di fronte alle maggiori possibilità di scelta che, rispetto a un tempo, ci si offrono, la libertà stessa va degenerando sempre più in arbitrio? In altre parole, dobbiamo chiederci se possiamo definire virtuosa la società in cui viviamo, solo perché in essa si sono dischiusi spazi illimitati di azione. Se, in proporzione al “molto di più” che oggi possiamo fare, non sia di pari passo cresciuta anche la competenza che abbiamo di noi stessi, così da poterci dire fino in fondo come pienamente “titolari” delle nostre azioni. In base a un’illusione alimentata dall’immane potenza dell’artificiale che ci circonda, siamo indotti, infatti, a pensarci come signori incondizionati della nostra vita. La natura, di tanto in tanto, provvede a mandare in frantumi questa nostra illusione, assestandoci colpi inattesi che, però, non sono ancora sufficienti a farci cambiare rotta. Per sottrarci davvero a tutto ciò sarebbe necessario «effettuare una fermata, ripiegarsi su di sé, costituendosi come nuclei di resistenza e centri di forza». Votarsi a un lungo esercizio e a un quotidiano lavoro su se stessi, il quale, neanche lontanamente può essere assimilato a una pratica eteronoma e autocostrittiva.

Dicevamo che, per molti, allo stato attuale, ci troviamo in una transizione evolutiva che ci impone il compito di preservare la Terra, soprattutto per la salvaguardia delle generazioni future: futuro che, per noi, si profila al bivio fra “catastrofe ecologica” e “ottimismo tecnologico”. E, come già si notava, è stato proprio il Covid-19 a farci prendere coscienza di tutto ciò, perché, grazie all’arresto generale che esso ha decretato, molti fenomeni inquinanti, ad esempio, hanno subito un vistoso calo nella loro incidenza, facendo venire in primo piano compiti che chiamano direttamente in causa un’etica delle virtù.

Per evitare facili catastrofismi, bisogna ricordare, però, che la storia della natura è in permanente evoluzione, ossia è caratterizzata da transizioni continue, dove l’ordine degrada in disordine e il disordine genera sempre nuovi ordini. Ne discende che “fine dell’Antropocene” significa, per noi, subire un doppio ridimensionamento: rispetto alla natura e rispetto alla nostra sempre maggiore dipendenza da ciò che noi stessi abbiamo prodotto. «Nessun postumano, dunque, o transumano: per l’uomo si tratta semplicemente di cambiare di posto nel mondo, di ridefinire le misure della propria finitezza. È un’urgenza, ma anche un compito. Le generazioni che verranno beneficiano già del meglio che l’Antropocene ha prodotto, ne sono gli eredi, a noi tocca porre al più presto riparo ai danni che lo stesso Antropocene ha provocato e consegnare alle generazioni venture una terra il più possibile risanata».

L’uomo disperato, Gustave Coubet | CC0

Giuseppe D'Acunto

Giuseppe D’Acunto: ha insegnato presso le Facoltà di Filosofia de «La Sapienza» e dell’Università Europea di Roma. È direttore editoriale della rivista di filosofia on-line «Consecutio temporum», condirettore della rivista di filosofia «Azioni Parallele», nonché membro del Comitato Direttivo del «Centro per la Filosofia Italiana»

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