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Iniziare male, finire peggio

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
26 Aprile 2026
in Israele e Medio Oriente
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Appena iniziò la seconda guerra, il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, Charles Weizmann offrì al governo britannico la piena collaborazione della comunità ebraica nella Palestina mandataria. Weizmann chiese poi al governo britannico di poter costruire una formazione di combattenti identificabile all’interno dell’esercito. Nacque quindi la Brigata Ebraica, che nel 1944 si distinse con la medaglia al valore sul fronte italiano combattendo contro i nazi fascisti. Più o meno lo stesso fece anche il Gran Mufti di Gerusalemme, uno zio di Arafat, che da alleato di Hitler convinse Himmler a formare una divisione mussulmana, la 13. Waffen-Gebirgs-Division der SS “Handschar”, che, prevalentemente composta da bosniaci impiegati in Jugoslavia, reclutò anche combattenti arabi provenienti dall’Impero coloniale. I palestinesi, appunto.

Come si comprende facilmente, la cosa non è poi così incredibile. Il sionismo internazionale fu il principale obiettivo da distruggere per il nazional socialismo, la causa conclamata di tutti i mali di cui soffriva l’Europa. Gli arabi della Palestina britannica, incluso il Cairo, Nasser, a cui a Gaza si dedicano gli ospedali, fece parte della Handshar, si arruolavano con i tedeschi. La vittoria di Hitler avrebbe liberato tutti loro dagli inglesi e dagli ebrei in un colpo solo. Per questa ragione non è mai nato uno Stato palestinese. Gli inglesi hanno vinto la guerra e consentito la formazione di uno Stato ebraico che le nazioni arabe con leader legati fino all’ultimo al Terzo Reich, hanno subito attaccato. In compenso c’è una bandiera palestinese che reca gli stessi colori di quella della svastica, il bianco il rosso ed nero, sormontati dal verde dell’Islam. Himmler aveva concesso alle SS mussulmane di indossare sulla divisa regolare un copricapo verde.

Il 25 aprile, oramai da anni, impazzano le bandiere neo naziste dei palestinesi e viene insultata e minacciata quella combattente della Brigata Ebraica. Le due cose si tengono. Nel suo piccolo la piazza riesce ad epurare gli ebrei esattamente come Hitler avrebbe voluto in grande. Il che magari fa un effetto strano. I nazisti dovrebbero aver perso la guerra, i loro alleati italiani pure, sempre che il professor Orsini non abbia da obiettare. Il 25 aprile celebra i vinti, come nemmeno il presidente La Russa pretende. La Russa, salomonicamente, vorrebbe onorare tutti i caduti, nessuno escluso. Nella giornata di ieri è stata allontanata dalla piazza pure la bandiera Ucraina, paese al cui governo c’è un ebreo. Anche in questo caso, per quanto il nazionalismo ucraino, i cosacchi, abbia sfumature complesse ed antisemite, se si ritrovasse sotto il comando di un ebreo, non sarebbe più antisionista, come lo fu sotto l’occupazione tedesca.

Da più da vent’anni, cioè da quando venne fischiato in piazza a Milano il padre di Letizia Moratti, medaglia d’argento della Resistenza, si è aperto un problema storiografico per cui non si capisce più esattamente chi siano stati i vincitori e chi i vinti. Succede quando si inizia le guerre da una parte per finirle da un’atra e solo una esigua minoranza è stata coerentemente antifascista per tutta la durata del conflitto. La maggioranza della popolazione se ne stava in camicia nera a salutare romanamente il camerata tedesco. Churchill nel 1945 lo aveva detto. L’Italia ha ottanta milioni di abitanti, quaranta fascisti, quaranta antifascisti. Disgraziatamente gli stessi, contati due volte.

pubblico dominio

Tags: gran MuftiWeizmann
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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