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La società aperta ed il suo nemico

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
6 Gennaio 2025
in Cultura
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Con gli ottant’anni dell’anniversario della liberazione si compie anche l’anniversario dell’opera che meglio avrebbe voluto simboleggiarla, La Società aperta ed i suoi nemici dell’austro inglese Karl Popper. The Open society pubblicata nel 1945 per Routledge, nemmeno a dirlo, in Italia arriverà quasi trent’anni dopo. Eppure, come si capisce, non c’era titolo migliore per esemplificare le speranza della civiltà europea uscita dalla guerra e dal sistema totalitario. Il contenuto dell’opera fu invece subito messo in discussione, Popper indicava a chiare lettere Marx come nemico principale della società aperta, mettendo in imbarazzo tutti quegli ambienti che avevano il culto dell’Unione sovietica come potenza liberatrice ed il marxismo come il suo profeta. Per questo in Italia il libro fu ignorato tanto a lungo. In Inghilterra si scatenò invece una polemica furiosa fra cattedratici. I neoplatonici britannici non sopportavano di vedere il grande Platone salire sul banco degli accusati. Ovviamente Popper conosceva Platone meglio persino del primo degli specialisti e facilmente li ridicolizza tutti. Semmai Popper ha tanta confidenza con il pensiero platonico da ritenere l’autore un suo vicino di stanza. Popper tratta Platone come se quello insegnasse nel suo stesso edificio scolastico, in fondo al corridoio o al piano di sotto. Platone visse duemila anni prima in cui la società principalmente era ristretta alla poleis. Fuori dalle mura delle città dell’epoca di Platone trovavi ancora le caverne e magari abitanti che mangiavano carne umana.

Uno studio così altisonante come quello promesso da Popper avrebbe forse dovuto partire da un’analisi della società greco romana più che dal suo pensiero. Ci si sarebbe accorti che di libertà ce n’era poco o niente. che la società non nasce per essere libera ma per far sopravvivere la sua comunità.. Per i greci solo gli dei erano liberi e per i romani solo il cives urbis e anche quello a secondo del censo. Considerato che i margini di democrazia nella Roma antica si restrinsero persino nell’età repubblicana, Cesare era il capo del partito democratico, e che caduta Roma il cristianesimo non mostrò tratti particolarmente liberali, per trovare una qualche forma di “società aperta”, Popper avrebbe dovuto uscire dalla vecchia Europa e andare in America e questo dopo sette secoli abbondanti di civiltà cristiana.

Il primo libro sulla “società aperta” lo scrive Alexis de Tocqueville intorno al 1830 e un aristocratico, antigiacobino e baciapile come Tocqueville ne rimase abbastanza turbato. Tocqueville conosciuto come un campione del liberalismo, libera pretende esclusivamente la Chiesa. Nemmeno la Francia rivoluzionaria che fa della libertà il suo mantra, può ritenersi propriamente libera, per lo meno se non nella formula terroristica del dispotismo della libertà, ovvero di un’avanguardia che impone l’eguaglianza a chi proprio la rifiuta. Dall’evoluzione della Rivoluzione francese fino a quella russa, in effetti vi sarebbe stato un lungo studio da fare sulle possibilità autentiche della società aperta, dal momento che Lenin, il punto di riferimento politico dell’intero ‘900 si riteneva un secondo Robespierre. Questo libro però, sulle illusioni del comunismo, lo ha scritto Furet, nel 1995, non Popper. Popper si dibatte nei meandri del pensiero platonico, hegeliano e marxista per condannarlo in toto come espressione di un’epopea lunghissima di chiusura e regresso sociale. E visto che Platone e Hegel e Marx non gli sembrano abbastanza Popper ci aggiunge anche Eraclito e Aristotele, senza accorgersi che ceffi veri come quelli di Hitler e Stalin avrebbero dovuto conoscere tutti questi autori per realizzarla. Il meglio del pensiero della civiltà antica e moderna a fondamento del nazismo e dell’Unione sovietica. Lasciamo stare poi questioni filosofiche che Popper in fondo un sociologo, ignora completamente. Marx non è un allievo di Hegel, mai lo ha conosciuto o incontrato, ma solo della scuola hegeliana e dell’ultimo Schelling, quello completamente confessionale dell’Università di Berlino. Quanto alla dialettica platonica ed hegeliana, Popper non ha nessuna idea teoretica, in pratica scrive di testi che conosce a memoria e di cui non comprende il significato. Cercare una qualche idea alla base del sistema totalitario più elaborata della semplice sopraffazione del forte sul debole è un errore. Hitler e Stalin applicano alla società una rozza legge darwiniana. Persino Hobbes, ecco un teorico dell’assolutismo di tutto rispetto nel senso vero della parola, è più raffinato e comunque non si può imputare lo Stato totalitario nemmeno al Leviatano di Hobbes, come non si può imputare a Grozio il servilismo verso le case regnanti. Popper che fa tutto discendere dalle idee di Platone, e perché non, a questo punto, dal povere Parmenide, è tragicamente ridicolo.

Come si sa questo mito della società aperta non si è comunque realizzato pienamente nonostante lo sforzo di Popper. Già Berlino sarebbe tornata chiusa da un muro in meno di vent’anni e caduto questo muro, guardate i confini della vecchia Europa, non parliamo dell’America, accusata per la prima volta di involuzione democratica, di un signore che ci ha chiusi tutti in casa con il coprifuoco e in genere delle minacce che vi si rivolgono oggi da da ogni direzione. La società aperta è giusto un titolo da copertina, un’aspirazione, qualcosa da anatomizzare per gli storici. Meglio di Popper lo aveva già compreso Rousseau due secoli prima. Per definizione Rousseau riteneva la società chiusa, e necessitata di un contratto per consentire una qualche apertura possibile, Impresa piuttosto difficile fra l’altro. Almeno Popper ha il merito di non aver inserito Rousseau come il responsabile del totalitarismo, cosa piuttosto in voga nella seconda metà del secolo, anche se principalmente per salvare Marx. Grazie a dio, Popper, quando ha letto Rousseau, si è annoiato.

Licenza Pixabay

Tags: PlatonePopper
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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