Dire che fuori da Alba quasi non ci si accorga del centenario della nascita di uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900, Beppe Fenoglio, è quasi un eufemismo. La città di Alba sotto la spinta del Centro studi Beppe Fenoglio avrà iniziative commemorative e appuntamenti di riflessione per tutto un anno. Nel resto del paese sembrerebbe aver avuto più rilievo la scomparsa di uno dei suoi studiosi più illustri, Lorenzo Mondo, avvenuta pochi giorni fa, una perdita rilevante per la cultura italiana. Fenoglio è invece un fenomeno letterario unico e straordinario. Servirebbe un Italo Calvino per illustrarne l’opera. Fortuna vuole che sia chiaro a chiunque il suo profilo autobiografico, Fenoglio è partigiano nel 1943, a 21 anni e combatte nelle Langhe da quella data. Non era uno scrittore che iniziata felicemente la carriera sotto il fascismo si scopre partigiano nel ’45 come altri. Fenoglio è un reduce della leva dell’esercito sbandato l’8 settembre,
Per lo meno questo 25 aprile l’Anpi avrebbe potuta degnarsi di farne un ricordo, ma c’erano altre beghe di cui occuparsi. D’altra parte, si comprende come Fenoglio non sia proprio omologabile ad una certa ricostruzione della Resistenza. Si unisce ad una brigata comunista e scappa via perché gli sembra più propensa alla campagna ideologica che alla lotta al fascismo. Fenoglio militerà negli azzurri, i badogliani insomma che gli appaiano come la parte davvero agguerrita ed organizzata, anche per i rifornimenti degli inglesi a fronteggiare militarmente i miliziani della Repubblica sociale e i nazisti. La sua epopea si consuma nei 23 giorni della città di Alba, la prima città italiana sottratta al regime nazifascista tra il 19 ottobre ed il 2 novembre del 1944. La particolarità è che all’impresa non parteciparono le brigare comuniste e non siamo in grado di sapere esattamente se questo perché la loro valutazione strategica riteneva la conquista inutile, o semplicemente perché non avevano forze sufficienti a guidare la molto più eterogenea truppa partigiana. In sostanza Fenoglio semina il dubbio sul mito della resistenza rossa, che per la verità fra azionisti, cattolici e badogliani in Piemonte è minoritaria. In Fenoglio si parla comunque sempre di poche centinaia di uomini, nei tempi migliori, che si riducono a poche decine in quelli peggiori. La Resistenza oltre che minoritaria, avviene nell’indifferenza, se non nell’ostilità della cittadinanza. Sotto un profilo strettamente politico, la Resistenza è irrilevante. Il partigiano Johnny lo sa perfettamente quando lo si invita a nascondersi come gli altri, tanto la guerra si sarebbe vinta o persa indipendentemente dal contributo partigiano. Sono gli anglo-americani che vincono il nazifascisno. In Fenoglio non c’è nessuna concessione alla retorica.
Perché allora Fenoglio si batte comunque e si batte avendo presente il peso lacerante della vita privata che lo attende, anzi, che lo risucchia nel gorgo dei sentimenti passati e delle aspettative future? Il ricordo di Fulvia uccide, non la mitraglia delle camice nere. Fenoglio apparirebbe un autentico mistero, non emergesse dalle sue pagine il bisogno di riscatto. “Io voglio impugnare il fucile”, dice Johnny al commissario della brigata comunista che lo vorrebbe redattore di un giornale di propaganda per spiegare il pensiero di Carlo Marx. È questo il credo politico di Fenoglio. Poco importava se avesse dovuto farlo da solo, accanto a qualche centinaia di compagni o alle migliaia promesse dal comandante Nord, nella tuta di gomma nera zeppa di cerniere a lampo, quando prefigurava la prossima vittoria. Bisognava solo combattere il fascismo.
Foto del Centro Studi Beppe Fenoglio, Alba







