Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che volentieri pubblichiamo.
Il recente rapporto Istat sulla dinamica demografica ha scatenato il consueto clamore mediatico, con titoli catastrofisti su culle vuote e popolazione in declino. Ma al di là del rumore, c’è un dato concreto, spietato e immediato che rischia di far saltare il sistema-Paese: l’Italia non sta solo invecchiando, si sta “svuotando” dalla fascia centrale che regge l’economia. Il rischio non è solo un welfare insostenibile, ma la perdita improvvisa e irreparabile di milioni di lavoratori, senza che nessuno sia lì a prenderne il posto.
Per decenni, il dibattito sulle pensioni si è concentrato sull’età anagrafica e sulla sostenibilità finanziaria degli istituti previdenziali. Oggi, quel dibattito appare superato da una realtà più cruda: il problema non è quando i lavoratori vanno in pensione, ma il fatto che, quando lo fanno, non c’è semplicemente nessuno dietro di loro.
La fotografia è chiara. Durante il baby boom (anni ’50 e primi ’60), l’Italia registrava picchi di oltre un milione e mezzo di nati all’anno. Questa onda lunga di popolazione ha alimentato il miracolo economico e ha costituito la spina dorsale produttiva della nazione. Ma dalla fine degli anni ’60, la curva delle nascite è crollata, attestandosi oggi su livelli da emergenza nazionale (circa 400.000 nati/anno).
Questo squilibrio ha iniziato a ripercuotersi sul mercato del lavoro a metà degli anni ’90, quando i “figli del boom” erano tutti occupati e i “figli del crollo” cominciavano a entrare in numero minore. Ma oggi siamo al punto di non ritorno. La generazione del boom, quella che conta circa un milione di individui per anno d’età, ha cominciato ad andare massicciamente in pensione da circa un decennio. La forza lavoro in età da sostituirla, però, è ormai meno della metà.
Nei prossimi cinque-sei anni, si stima che oltre 6 milioni di lavoratori lasceranno il mercato del lavoro. È un’esodo di proporzioni bibliche. L’Italia, un Paese la cui struttura economica e produttiva è stata pensata per una forza lavoro di circa 25 milioni di persone, si troverà con un buco enorme, impossibile da colmare dall’interno.
Qualsiasi politica di incentivo alla natalità, per quanto necessaria e urgente, è una soluzione con un orizzonte di 20-25 anni. I bambini che nascessero oggi, grazie a miracolosi provvedimenti, entrerebbero nel mondo del lavoro solo a metà del secolo. La domanda è: cosa succede nel frattempo?
Di fronte a questo scenario, continuare a discutere l’immigrazione in termini ideologici, tra chi la demonizza e chi la lascia gestire ai trafficanti, è un lusso suicida. L’alternativa non è tra “porti chiusi” e “accoglienza indiscriminata”. La vera alternativa è tra un declino industriale e terziario inevitabile e un piano strategico di immigrazione che sia funzionale alla sopravvivenza economica e culturale del Paese.
L’Italia ha disperatamente bisogno di persone, ma non come “schiavi” da sfruttare in condizioni precarie, un modello che abbiamo dimostrato di non saper gestire e che danneggia tutti. Abbiamo bisogno di **nuovi cittadini consapevoli**, formati e integrati, attratti da un progetto chiaro. Persone che possano colmare i vuoti nei servizi, nell’artigianato, nella tecnologia, nella sanità e nell’industria.
È necessario un cambio di rotta culturale e politico. Smettiamo di gridare contro l’immigrazione e iniziamo a costruire un “Piano-Italia” che vada a cercare, in modo selettivo e organizzato, le professionalità di cui abbiamo bisogno, offrendo in cambio non solo un lavoro, ma un percorso di integrazione e cittadinanza. Un piano che permetta all’Italia di sopravvivere e ai migranti di trovare una vera nuova casa, dove liberare le proprie competenze e professionalità, abbracciando i valori di libertà e meritocrazia che sono il fondamento dell’Occidente.
L’inverno demografico è già qui. La scelta non è se affrontarlo o meno, ma se farlo in modo intelligente e proattivo, o subirne le conseguenze in un declino senza fine. Il tempo a disposizione per decidere sta scadendo.
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