Volendo ricordare la figura e l’opera di Eugenio Borgna, scomparso nel dicembre 2024, prendiamo in considerazione il suo ultimo libro pubblicato in vita, il cui titolo suona: L’ora che non ha più sorelle. Sul suicidio femminile (Einaudi, Torino 2024, pp. 115). Come ci indica il sottotitolo, esso è dedicato al tema del suicidio, in generale, e a quello femminile, in particolare, mentre, per quanto riguarda il titolo, si appropria di un’immagine di uno dei più grandi poeti del Novecento: Paul Celan, il quale, nel 1970, si toglie volontariamente la vita, gettandosi nelle acque della Senna. L’opzione teorica circa il suicido per cui propende Borgna è che esso, nei suoi aspetti non clinici e statistici, ma psicopatologici e umani, ossia dal punto di vista di una «psichiatria della interiorità», sia un «mistero», un qualcosa di «insondabile», per cui non c’è un motivo unico che possa spiegarlo: un qualcosa che, nel caso soprattutto del suicidio femminile, ha come premessa – a differenza di quello maschile – una forma di vita contrassegnata dalla fragilità. «Nella fragilità […] si rispecchiano i valori della sensibilità e della delicatezza, della dignità e della gentilezza, della attenzione e della partecipazione alle ferite della vita».
Il libro prende il suo avvio proprio nel segno del motivo della fragilità, a partire dalla concezione che ne ha avuto Simone Weil, capace di parole su di essa che suscitano lo «stupore del cuore». Come si sa, nel 1943, la filosofa francese, nel sanatorio vicino Londra in cui trascorre i suoi ultimi giorni, più che uccidersi, si lascia morire di inedia. E in questo, Borgna paragona il suo destino a quello dell’eroina di Sofocle Antigone, visto che in entrambe la morte è un gesto che, consumato «nel silenzio e nella solitudine», è «nostalgia e ricerca di un’altra vita». Si prosegue poi con la morte per acqua cui si consegna, nel 1941, Virginia Woolf, presso la quale il desiderio di farla finita, manifestandosi fin dalla sua adolescenza, presenta evidenti tracce di malattia psichica. Ma come i motivi che portano al suicidio quest’ultima sono di matrice psicotica, così quelli che, nel 1938, portano al suicidio Antonia Pozzi affondano le loro radici, piuttosto che in stati di sofferenza psichica, in esperienze di vita segnate proprio dalla fragilità, dalla vulnerabilità e da ferite relazionali. «Una poesia [quella di Antonia Pozzi] che non si può leggere se non nel silenzio del cuore, e che è scandita dal tempo, da un tempo interiore, che ha perduto il suo passato, e non ha più nemmeno un futuro». In tal senso, se nel suicidio di Antonia Pozzi Borgna vede profilarsi la cifra di un «desiderio di infinito», egli si chiede se Simone Weil, qualora avesse avuto accesso alle sue poesie, non si sarebbe riconosciuta in esse, «nel suo vivere e nel suo morire». «Sì – si risponde – oserei dire che, forse, sarebbe stato così».
Dopo Virginia Woolf, un altro suicidio femminile segnato da un profondo disagio psichico è poi quello, che cade nel 1996, di Amelia Rosselli. Per questo motivo, per quanto le sue poesie siano radicalmente diverse da quelle di Antonia Pozzi, esse sono nondimeno «non diverse nelle loro sorgenti dolorose». Le sue sono, infatti, «poesie che si leggono con angoscia, e con brucianti inquietudini dell’anima, e che ci dicono come si possa morire […] sulla scia di una condizione psicotica, che l’ha portata alla dissolvenza della speranza».
Nel presente libro, Borgna descrive anche casi di suicidio, tentato o messo in atto, improvvisamente deciso o a lungo meditato, di pazienti giovani o anziane, seguite durante la sua esperienza professionale di psichiatra. Riferendosi, in particolare, a quelle donne che hanno tentato il suicidio, ma non ci sono riuscite, egli ci ricorda che qui la condizione clinica in cui esse, per lo più, si trovavano, era di tipo depressivo: condizione che, avendo radici ben più profonde della semplice malinconia, «è sorgente di una angoscia lacerante e di una nostalgia della morte, che i farmaci antidepressivi non sempre riescono a curare». Ne discende che, accanto alla prescrizione di questi ultimi, il medico curante deve coltivare anche «ascolto e dialogo», nonché promuovere «immedesimazione e partecipazione emozionale». E a tal punto Borgna rivendica questi aspetti come essenziali che egli arriva a dire che è proprio qui che sta l’«ultima ragione d’essere» della psichiatria, dove quest’ultima raggiunge la sua «più alta e umana realizzazione».
Il libro si conclude con la precisazione che, per quanto esso sia dedicato al suicidio femminile, pure intende riservare qualche pagina al modo in cui si manifesta quello maschile. Due sono i casi emblematici che sono scelti e fanno riferimento ai nomi di Cesare Pavese e di Giacomo Leopardi. Quanto al primo, egli mette in atto un suicidio che, realizzato con «inesorabile gelida freddezza», non è affatto pensabile come praticabile da una donna. In tal senso, è proprio nel gesto con cui lo scrittore italiano pone fine ai suoi giorni che è possibile intravedere le differenze che intercorrono fra il suicidio femminile e quello maschile. Quanto a Leopardi, invece, egli, come si sa, nella sua vita non fa ricorso al suicidio, ma scrive pagine su di esso imbevute di un «dolore antico», come lui lo definisce: pagine in cui confessa di oscillare fra le due opposte polarità del desiderio di morte, da un lato, e del timore suscitato in lui da tale idea, dall’altro.
Riprendendo l’idea di una «psichiatria della interiorità», Borgna sottolinea così come essa, diversamente dal modo di comunicare di oggi, contrassegnato dall’aggressività, debba sempre nutrirsi di silenzi recettivi e di parole gentili. E ciò proprio perché solo la gentilezza permette al medico di «conoscere le ombre della fragilità e del dolore, della tristezza e della angoscia, della nostalgia e della disperazione, che gridano nel silenzio, chiedendo aiuto. Non saremo mai capaci di ascoltare se nel nostro cuore non abita la gentilezza, emozione così impalpabile e luminosa, così simile alle stelle del mattino».
Foto La peste di Tebe di Charles Francois Jalabert | CC0







