Il destino di una nazione non si decide nelle piazze della protesta fine a se stessa, né nei tatticismi di uno schieramento che si limita a sommare percentuali elettorali. I limiti e le mancanze del governo Meloni, prigioniero di una retorica identitaria che maschera un’evidente paralisi operativa, non richiedono semplicemente un’opposizione di bandiera, ma un’alternativa di governo reale e credibile. In questo senso, mandare a casa questa destra radicale non si limita ad una questione di colore politico, ma una necessità di opportunità nazionale. Il Paese è fermo: le riforme strutturali latitano, la gestione del PNRR procede a strappi e le sfide della transizione sono affrontate con piglio ideologico anziché pragmatico. Tuttavia, per battere la destra, non basta sperare nel suo logoramento; serve dimostrare di saper fare ciò che questo governo non ha fatto, ovvero quasi tutto.
Il quadro politico è ulteriormente scosso dalla nascita del partito di Roberto Vannacci. Non si tratta di una semplice fibrillazione interna alla Lega, ma di un fenomeno destinato ad aprire crepe profonde nell’intera destra, radicalizzandone i tratti e minandone la stabilità. Sebbene il richiamo al qualunquismo di gianniniana memoria sia evidente, la sua capacità di attrarre il malcontento non va sottovalutata: è il segnale di una destra che implode verso il radicalismo. Proprio per questo, l’alternativa di centrosinistra non può permettersi ambiguità. Bisogna essere netti su un punto fondamentale: un populismo qualunquista di destra non si contrasta né si sconfigge con uno analogo di segno opposto. Offrire una versione di sinistra della stessa demagogia non è una strategia, è una resa culturale.
In questo scenario, la figura di Giuseppe Conte e il suo movimento rappresentano l’ostacolo principale a qualsiasi prospettiva di serietà. I valori della proposta contiana, dall’assistenzialismo parassitario alle ambiguità geopolitiche inaccettabili, non sono solo distanti dalla cultura politica del PRI, ma ne rappresentano l’esatta negazione. Un movimento nato e cresciuto sulla demagogia e sul trasformismo non può dettare la linea, né tantomeno aspirare alla guida di una coalizione che voglia dirsi responsabile. La nostra storia politica, fatta di rigore e dovere mazziniano, è geneticamente incompatibile con un populismo che ha barattato il futuro del Paese con il consenso immediato dei bonus. Il contismo è una zavorra che il centrosinistra deve avere il coraggio di sganciare: la demagogia di Conte è la speculare e opposta gemella di quella della destra, e l’Italia non può permettersi il lusso di cadere dalla padella nella brace.
Senza i presupposti politici di una netta discontinuità rispetto a queste derive, per i repubblicani sarà difficile, se non impossibile, sostenere una coalizione che sia solo una somma di sigle finalizzata a vincere numericamente. È un film che abbiamo già visto e di cui conosciamo il tragico finale: quello di una compagine numericamente vincente ma politicamente paralizzata, con qualche Turigliatto di turno sempre pronto a far cadere l’eventuale governo alla prima occasione utile. Non siamo disposti a partecipare a una riedizione dell’Unione, dove l’eterogeneità diventa impotenza.
Il cosiddetto campo largo appare oggi come un cantiere confuso, dove i partiti sono più inclini a valorizzare la propria identità di frazione che a promuovere una visione d’insieme. Per sconfiggere la destra serve invece un progetto che parli il linguaggio della realtà, fondato sul rafforzamento dell’area laica, liberaldemocratica e riformatrice. Questa operazione richiede un confronto strutturale e permanente tra la cultura repubblicana e quella riformista, le uniche capaci di generare una sintesi in grado di rassicurare le cancellerie europee e il ceto produttivo. Non siamo interessati a una sinistra che rincorre il radicalismo, ma a un’area di governo che metta al centro la responsabilità fiscale, la crescita basata sugli investimenti e un europeismo attivo e protagonista.
Perché questo progetto veda la luce, i leader delle attuali forze d’opposizione devono avere il coraggio di fare un passo indietro. È necessario individuare una figura di sintesi che sappia coagulare energie diverse attorno a un programma solido e tecnico. L’alternativa non si costruisce con le addizioni algebriche tra sigle, ma con una sintesi politica che trovi nel pilastro laico e riformista la sua spina dorsale. Il Partito Repubblicano Italiano, custode di una tradizione che antepone l’interesse dello Stato alle fortune di parte, è pronto a fare la sua parte per garantire all’Italia non un altro esperimento populista, ma una stagione di necessaria serietà repubblicana.
Pubblico dominio







