Io ho il mio stile. Niente di che, ci mancherebbe. Ma ci ho lavorato. È mio. Mi rispecchia. È colloquiale e snob, approssimativo ed elegante. Basso e alto. Indugio volentieri sull’espressione popolare, alludo, scherzo, non mi prendo sul serio. Eppure cerco il momento poetico, la profondità. Difficilmente ritorno su quanto ho scritto, perché voglio essere spontaneo. Quel che esce esce. Amo alcune figure retoriche, perché le trovo musicali. Come l’anafora, o più in generale i moduli della ripetizione. Quando attacco con un cioè non la smetto più. Perché mi sembrano pennellate di senso con cui metto progressivamente a fuoco un concetto. Per ogni cioè mi impegno a chiarificare di più. Per carità, ogni tanto mi accorgo di esagerare e la faccio finita. Anche i congiuntivi, sì va bene, mi ricordo le chiacchierate con Antonio Pennacchi. Per lui vanno sacrificati e basta, sono fuori moda, è il parlato a prevalere, se li uso sono innaturale, forse vanno bene per un saggio, per l’Accademia, ma se devi raccontare a tuoi pari, non ti puoi mettere a sdottoreggiare e a trovare il parolone per fare vedere che hai studiato. Cerco quindi di venire anche qui a dignitose vie di mezzo. Se lo sbaglio amen. Anche Baricco lo fa. E non basta sbagliare i congiuntivi per essere Baricco.
Lo stile non è casuale, perché già nello stile si vede quello che sono io. Io non sono un accademico, e non sono nemmeno pop, sono, perché voglio essere questo, una via di mezzo. Sono uno che ha studiato e che vuole rivolgersi non agli specialisti, ma ad un pubblico colto. Quello che diceva Benedetto Croce: uscire dallo specialismo sterile delle università, senza per questo indugiare troppo nel dilettantismo. Il mio stile, diciamola così, riflette il mio contenuto. Tempo fa un giornalista per parlare di un mio lavoro usò un’immagine che mi ha colpito, l’ho sentita vera, l’ho sentita mia. È una banda, disse di me, un repertorio di grande musica, che però va nelle strade e nelle piazze. Io non so se volesse sfottere ma sono rimasto sedotto, perché è tutto lì il mio tentativo, fare bene e farlo per tutti. E allora la stonatura, il congiuntivo, ci sta tutto. Come in una banda se a un clarinettista scappa un colpetto di tosse o sbaglia una nota: non gliene frega niente a nessuno. È perfetto così. È perfetto nel compito che ha. Se l’arte è identità di forma e contenuto, il compromesso è una questione di dosaggio. È quello che non puoi sbagliare.
Perché questa lunga divagazione? Perché leggendo Paolo Volponi mi sono accorto che queste considerazioni apparentemente estrinseche sono la chiave esegetica del suo lavoro. Lui non sta nel mezzo di un reale che racconta. E non sta nemmeno su di un altro piano, aulico ed astratto a disprezzare le cose del mondo. Lui sta nel mezzo. Lì dove è più facile sbagliare. Sia nella forma che nei contenuti. Qualcosa di ‘introflesso’ in uno stile di “pensiero monologico”, un esercizio letterario di “onomastica dell’io” che declina e coniuga la grammatica generativa delle voci dei personaggi “nella scena delle soggettività protagoniste dei suoi romanzi” (Corporale, Il pianeta irritabile, Le mosche del capitale). Queste sono tappe di passaggio di un viaggio di ricerca, “l’uomo alla fine dell’uomo”, al centro del disincanto del mondo a partire da Gerolamo Aspri, che è l’Ulisse che fa i conti con l’insipienza, che si sogna significato e si ritrova corpo. Come reazione ai traumi del mondo, Volponi propone un “tentativo di mimetismo radicale in cui anche le parti prettamente saggistiche (riflessioni politiche, sociali e ideologiche) si offrono nella forma di una ecolalia linguistica”. Davanti a una vita offesa da un mondo direzionato solo dal denaro, una prosa che “scoppia tra le mani”, uno stile “complesso, magmatico, stratificato” che si protende oltre il realismo della modernità e in cui Volponi sfrutta “tutte le potenzialità del linguaggio a-logico e associativo offerte dallo stream of consciousness”. Per dirla in breve: sovreccitazione ideologica e basso realismo. Mi accorgo, non volendo, di non essere io quello originale. E in ogni caso su questo torneremo.
Ora, l’ultimo formidabile lavoro di Antonio De Simone, Romanzo occidentale. Volponi e noi. Stenogrammi di Filosofia, Letteratura e Politica, annunciato da Mimesis, e in uscita il 12 gennaio, inaugura i cento anni dalla nascita dello scrittore urbinate, e ci racconta Volponi con le sue istantanee, sub specie aeternitatis, “quasi necessariamente selettive, glossate ed espresse nella forma parafrastica quasi aforismatica, stenografata, si personalizza e oggettivizza gran parte della complessità soggettiva di Volponi, dell’autore e del personaggio, che ci consentono con guardo retrospettivo e, nel contempo, prospettico, di ‘ricollocarlo’ nel Novecento” (e oltre, perché tutto in Volponi è drammaticamente attuale). Gli anni settanta sono anni di crisi in cui si problematizza molto il ruolo dell’intellettuale, in bilico tra organicità e sradicamento, tra adattarsi al mondo e metterlo radicalmente in discussione. De Simone provvede così a raccontare Volponi anche a partire da un colloquio serrato con autori iconici del nostro tempo, espressione dell’immane potenza del negativo, che più di altri ne hanno saputo cogliere il malessere, l’insofferenza, le contraddizioni.
Innanzitutto Edgar Morin. L’interprete più credibile della resa del pensare. La complessità sfugge, e altro che predicare il sistema di tutti i saperi! Bisogna solo alzare le mani e trattare condizioni accettabili. Non c’è un criterio unico che attraversa la nostra conoscenza ma bisogna prendere atto che questa materia ci è data a pezzetti, e noi non possiamo giocare ai Lego. Il sapere lo puoi al massimo dividere in due, anzi tre, macrocategorie. Quello tecnico e scientifico da un lato e quello umanistico dall’altro. E in mezzo ci va la sociologia. Nella “verità rugosa della storia” Morin interpreta il disincanto e al tempo la preoccupazione per il progresso. «La razionalità scientifica ha mostrato il suo volto irrazionale. Il progresso della potenza umana è sfociato nell’impotenza umana di controllare la propria forza. Ma tutto questo è come anestetizzato dal sonnambulismo generale della nostra vita quotidiana». La società ha i suoi miti, e oggi sono quelli del Transumanesimo e l’IA. «L’espulsione del disordine esclude ogni iniziativa e ogni creatività. L’ordine impeccabile è un ordine implacabile. Il regno dell’intelligenza artificiale sulla società degli uomini sarebbe quello di Matrix: la grande macchina anonima che governa tutti gli individui. Il pericolo non viene dai robot ma dal rischio che gli esseri umani si trasformino in robot». Ossia, per citare Pascal: «La potenza senza coscienza fa di noi degli impotenti. La potenza senza coscienza è solo la rovina dell’anima». De Simone insiste molto sul Volponi de Il pianeta irritabile ed ha ragione perché se c’è attualità e urgenza è proprio in queste pagine apocalittiche dove la critica corrosiva alla nostra società lascia che ad essere problema sia persino la speranza.
Poi c’è Pasolini (e a proposito di centenari, sarebbe stato difficile non farci i conti). Pasolini con cui Volponi è in confidenza. Pasolini che recensirà con scrupolosa attenzione il difficile esordio di Corporale. Anche Pasolini è crocefisso alla crisi del presente. Cioè riflette sui frantumi di una civiltà già allora in decomposizione. Certo, si interessa della “questione sociale” e lo fa a partire da una ideologia “sbagliata”. La domanda c’è, la risposta no. Ma la grandezza della sua letteratura sta tutta in questa contraddizione, dal carattere critico-frammentario che però va trasformandosi in una “gabbia ideologica” da cui Pasolini non esce. Eppure ha la consapevolezza che bisogna praticare ogni forma di alterità all’esistente. In questo consiste la critica. Un’alterità, ci sottolinea De Simone, che va dalla biografia individuale alla vita vissuta storicamente. «In un mondo di verità verosimili, di realtà apparenti, di falsità, l’io solo diverso e diviso vuole “segnarsi” come il processo di una rottura con lo spirito dominante del tempo storico contemporaneo: l’omologazione. Passione e ideologia, linguaggio e stile partecipano a questo progetto».
«L’umano deve rompere l’alleanza con l’egoismo, per questo Leopardi sviluppa una “critica della ragione impura”, esprimendo un pensiero poetante con vocazione civile». Anche Leopardi, cioè, è una quinta scenica dove si presenta una filosofia del concreto in cui il carattere degli italiani, da cittadini, sia colto nel loro “permanere nel presente” immemore e imprevidente. Nella “vanità delle cose” può mancare la prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo. «Nella mancanza di un futuro migliore, la vita degli italiani, schiacciata sul presente, si traduce nell’individualismo, nella “massificazione” della società, nella diffusione di una cultura iper-semplificata e consolatoria che nasconde la criticità della condizione umana». Scrive Leopardi in Dialogo Galantuomo e mondo: «Non ci dev’essere un uomo diverso da un altro, ma tutti debbono essere tante uova, in maniera che tu non possa distinguere questo da quello. E chiunque si lascerà distinguere sarà messo in burla».
Infine c’è Peter Sloterdijk. In una delle sue opere più rappresentative, Grigio. Il colore della contemporaneità, il filosofo tedesco ci dice che il grigio è il valore cromatico del presente. Solo il pensiero del grigio rende filosofi. La modernità “ha cercato di ri-ordinare (fin dalle fondamenta) i rapporti tra le fonti luminose, le superfici illuminate e le zone d’ombra, oscurate” e questo ha voluto dire anche mettersi di traverso, uscire dalla caverna di Platone e rivendicarla questa libertà, anche a costo di tagliare la testa al re per emanciparsi dalla notte.
E insomma la questione cruciale è sempre la stessa. De Simone ci ha abituati bene e bisogna dargli atto del rigore con cui la problematizza. La storia ha un senso? Ormai ne dubitiamo tutti, in modo più o meno radicale. Possiamo non dico direzionarla, ma almeno provare a comprenderla? Perché ogni volta che si tratta di verificarne il corso, ogni volta che ci siamo ripromessi di svelarne un andamento, di prevedere un indirizzo, la nostra ambizione si è scontrata sugli scogli dell’imprevisto. Abbiamo a che fare piuttosto, come ci ricorda Remo Bodei, con una “realtà riottosa indocile alla prognosi”. Noi abbiamo presupposto sequenze oggettive, “nessi logici interni agli eventi” e ci siamo sempre trovati precipitati negli abissi di un arbitrio che mal sopportiamo, quello dei singoli punti di vista. «A fronte del dominio della singolarità della volontà umana come può l’universale, il razionale, avere e svolgere una funzione determinante nella storia?». Questa caduta di senso storico, questo buco nero di ogni pretesa totalitaria ci appiattisce in un presentismo dove al massimo riesci a mettere in ordine il passato, per riposarti, come fare bene il letto, federa, lenzuolo, piumone, senza ambizione a proiettare lo sguardo altrove. Ci si addormenta qui, rinunciando a una nuova cartografia del futuro. Niente portolani, al massimo la carta del qui e ora. Stare in un tempo che è anche un tempo di crisi. Limiti siamo, limiti torniamo ad essere, dice più o meno De Simone. «Una complessa dialettica dell’inquietudine tutta umana che pervade le cose, i corpi, le persone, la mente, l’anima, sia nel bene che nel male, nel cattivo presente e nell’incertezza dell’avvenire, tra inizio e fine». Il resto è caos da affrontare. E come molti suoi libri è il finale di Romanzo occidentale che ci dà il sapore del compito. Il Sipario ducale di Volponi in questo senso è l’opera manifesto. Già dal titolo si fa riferimento a Urbino, alla sua atmosfera, un po’ città di un modello utopico tenuto in vita in modo artificiale, con quell’ordine e quell’armonia rinascimentale, e un po’ provincia asfittica. Qui di Urbino Volponi scrive (come sottolinea De Simone): «Per continuare a voler bene e a vivere in Urbino occorre arrivare a congiungersi, oltre i fili e la rete di qualsiasi descrizione e relazione, con le immagini vaganti, astrali o artistiche, della città; sfidare ogni volta la vertigine dell’aquila di pietra sopra l’abisso della punta dei torricini». Il sipario dà l’idea del teatro, della finzione, di un mondo, sociale, politico, che si mette in scena, così che tutto è in realtà lo spettacolo che il potere dà di sé. Una idea di insignificante che la drammaturgia ha e diffonde e che la televisione, con la sua insipienza, peggiora. Questi sono i temi del romanzo: tra lo splendore di un passato che non torna e il futuro che non c’è resta solo il presente di uno squallore che si fa fatica a raccontare. La sfida, lo si evidenziava già in apertura, la leggi nella prosa: “una sorta di provocazione rivolta al pubblico attraverso l’uso di toni ironici, excursus storici, colpi di scena, complotti, accumuli d’immagini, catene foniche, accostamenti di parole, elenchi casuali, metafore”. Qui ritorna il tentativo mio, ma vengo superato. Se c’è un linguaggio mediatico degli attori sociali, della politica, dell’economia è un linguaggio giocoforza pop. La lingua aulica si mischia ma, ecco la poderosa differenza, mischiandosi vi si oppone, così lo stile può diventare militanza, la più orgogliosa presa di distanza dai teatrini, anche da quell’informazione ossequiosa che doveva cambiare il mondo e che invece firma sì e no una distratta presenza sul registro.
Foto Urbino | Fabio Demitri | CC BY-SA 4.0







