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9 Termidoro, tecnica del colpo di Stato

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
27 Luglio 2024
in Cultura
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A due secoli abbondanti dal 9 Termidoro, 27 luglio 1794, si può dire che questo fu il primo colpo di Stato dell’età contemporanea e forse il più riuscito, tanto che persino la sua vittima principale, Robespierre, lo riconobbe come pienamente legittimo. Su Robespierre, con tutta la storiografia avversa che lo sommerge, bisognerebbe fare un po’ di giustizia. Nessun uomo che ha lasciato il suo nome nel mondo possiede come capitale 250 franchi in assegnati. Danton muore milionario. Marat almeno è proprietario dell’appartamento in cui vive a Parigi. Hebert con solo i suoi due orologi d’oro da panciotto era più ricco. Mai qualcuno che spieghi perché questo feroce tiranno venga rovesciato da terroristi conclamati, invece che da anime belle, futuri profeti del liberalismo. Un caso più unico che raro. Robespierre sospetta il complotto ogni giorno, probabilmente paranoico, avrebbe potuto mobilitare l‘École de Mars  che al Bois de Boulogne gli si sa fedelissima. Oppure, controllando la guardia nazionale, schierare anche solo quella, o ancora, comandando la polizia, chiamare per lo meno dei mazzieri a proteggerlo. Invece da una settimana Maximilien è chiuso nella sua stanzetta di casa Duplay, a limare il testo che presenterà alla Convenzione. Il dittatore come arma brandisce dei fogli scritti a penna e la sua vocina stridula.

Un psicologo di prim’ordine quale Edgar Quinet nella sua La Rivoluzione, fornisce il miglior quadro della personalità di Maximilien, una contraddizione vivente. Robespierre sino al 1792 vuole la monarchia costituzionale. Rousseau, il suo maestro spirituale, era convinto che grandi nazioni come la Francia, non sono fatte per la Repubblica, dove serve un’assemblea permanente che si può riunire solo in un piccolo Stato. Meglio un principe legittimato da un contratto. Maximilien passa tre anni a tentare di stipulare questo contratto fra la monarchia e la nazione e cosa succede? Che il re scappa. Luigi sedici non ci pensa proprio a contrattualizzare il suo ruolo, piuttosto la morte. Da qui la prima crisi di Robespierre, dover gestire una situazione che non aveva previsto e probabilmente non comprende pienamente. Robespierre dice di se stesso di essere uno spirito critico, un polemista più che un uomo di Stato. L’abbraccio con la Repubblica gli toglie il fiato. Il suo dramma è comune all’intero club giacobino, che voleva un re all’altezza della Rivoluzione e gioco forza lo ghigliottina. Ne deriva tutta una retorica analitica. Perché non accompagnare il re alla frontiera, perché non salutarlo con uno sventolio di fazzoletti? Perché quel re chiamava le armate nemiche sul suolo francese per restaurare il potere perduto e perché il popolo francese era minacciato. La Convenzione sarebbe stata trucidata. Non era un’età di clemenza quella. A Nancy il marchese di Buillé fece impiccare tutti gli svizzeri che reclamavano il soldo rubatogli da ufficiali aristocratici par suo.

Buona parte della storiografia fa di Robespierre il capo del Terrore. Eppure il Terrore inizia in Francia quando Robespierre è solo e braccato. Il Terrore è dei foglianti con il marchese Lafayette e Bailly che fanno sparare sulla folla al Campo di Marte, e poi della Gironda che per prima elimina i realisti alla Glacerie di Avignone in un bagno di sangue. La Gironda è come Bertoldino. Ne combina di tutti i colori, senza rendersene conto. I massacri di settembre avvengono ancora sotto il governo della Gironda e cosa fanno i ministri girondini? Accusano, con Louvet, Robespierre che non c’entrava un bel niente. La Gironda mette le armate nelle mani di un traditore come Doumuriez. E non è Robespierre e meno che mai Danton, a volere la morte della Gironda. Furono i sanculotti delle sezioni a reclamare le teste di questi sciagurati. Non le avessero avute sarebbe stata azzerata tutta la Convenzione a cannonate. Eppure noi stiamo ancora oggi ad ammirare la Gironda che a momenti consegnava direttamente la Francia al duca di Brunswick.

Per capire esattamente la giornata del 9 termidoro, che pure è stata descritta in ogni secondo, bisognerebbe conoscere la notte dell’8. Saint Just incontra i comitati e negozia un accordo, per cui è plausibile che si potesse evitare lo scontro. Ciononostante, Saint Just presenta il suo rapporto l’indomani in aula senza passare dai comitati. Si consuma la rottura. Possibile che Robespierre respinse la mediazione voluta da Saint Just? O come crede Stefan Zweig Saint Just si mosse autonomamente su uno scenario già predisposto? Possibile che Robespierre, il più tattico dei tattici parlamentari, lasciasse ogni schema consolidato per gettarsi nell’abisso. Questo era l’uomo, forse davvero convinto che la Francia lo avrebbe sostenuto comunque, anche se dalla piega del suo discorso, non parrebbe proprio. I termidoriani, vere canaglie sanguinarie, trionfano. Per amore della libertà? No di certo, dal momento che poi gran parte di loro si piegherà al dispotismo bonapartista ben oltre le possibilità di dominio dell’insignificante Robespierre che fino alla fine si rimetterà alla Convenzione. Inutile la discussione del perché o del percome Robespierre non proclami l’insurrezione al ritmo dei tamburi. Lui, tapino, voleva essere processato, è un leguleio, non un uomo d’azione. Questa l’anomalia formidabile del colpo di Stato del 9 Termidoro, la tragedia si consumerà interamente in un libero dibattito in aula, il popolo delle tribune, assente o attonito. Un bell’azzardo. Mai nessun altro congiurato nella storia si sentirà più di ripercorrerlo. Il 18 Brumaio, il robespierrista sopravvissuto Bonaparte si porterà i granatieri a cavallo. Un colpo di Stato si svolge sempre con questa sola caratteristica distintiva, chiudere il Parlamento. Il tiranno Robespierre lo teneva aperto.

archivio fotografico Bruno

Tags: rOBESPIERRETermidoro
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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