ll geografo Paolo Casetti, membro della SISTUR Società italiana delle Scienze del Turismo e della GEA-Associazione dei Geografi -Svizzera, ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
Tutto ebbe inizio nel 1841, quando l’imprenditore visionario inglese Thomas Cook, propose il primo viaggio organizzato da Leicester a Loughborough: trasporto, alloggio e pasti compresi. Nacque così il primo pacchetto turistico e, con esso,il turismo moderno. Per la prima volta il viaggio non era più un privilegio riservato all’aristocrazia, ma un’esperienza accessibile a nuove fasce sociali. Prima di allora, infatti, il turismo o, meglio, il proto-turismo ovvero forme non organizzate di esperienza del viaggio erano esclusività dei nobili e degli aristocratici; come non citare l’epoca del Grand Tour dove i giovani rampolli della nobiltà europea giungevano in Italia per il loro viaggio iniziatico culturale. Anche nel Mondo Antico ci si spostava per motivi religiosi verso un tempio alla ricerca di una guarigione o buon auspicio o per giungere a Roma capitale dell’Impero Romano per apprendere i fondamenti del Diritto e del Latino ma il viaggio era rischioso, le strade incerte, ed i mezzi di trasporto coerenti con l’epoca.I
Con la Rivoluzione Industriale, il miglioramento delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto diede la possibilità anche alla nascente borghesia di poter viaggiare imitando finalmente quel privilegio riservato all’aristocrazia.
Nel Novecento con l’aumento del reddito, le ferie retribuite e la motorizzazione di massa, il turismo per pochi diventò turismo di molti, ovvero turismo di massa; Le località balneari, le città d’arte, le montagne si riempirono di vacanzieri. Il viaggio, da esperienza formativa o contemplativa, divenne presto un consumo rapido: la foto perfetta da sviluppare o d postare oggi per i Social Media in un tour mordi e fuggi.
Con il turismo di massa nasce la frattura tra turisti e residenti. Da un lato chi arriva per scoprire dall’altro chi si sente invaso e teme di perdere la propria identità. La tensione non è solo urbanistica: è culturale. Il visitatore cerca emozioni, il residente difende il proprio senso del luogo.
È un conflitto che affonda nella topofilia l’attaccamento profondo alla propria terra. Alcuni iniziarono a rimpiangere il viaggiatore nobile dei tempi del Grand Tour, in contrasto con il turista di massa distratto, rumoroso, ritenuto incapace di cogliere il Genius Loci del luogo che sta visitando. Ma entrambi hanno il diritto di viaggiare e di conoscere, purché nel rispetto della comunità che li accoglie.
Non esiste un modo unico di viaggiare: esistono sensibilità, culture e possibilità diverse. Il turista di massa ama il movimento, dove vede molti altri turisti come lui ritiene di essere nel posto turisticamente giusto, e, se vede un Mc Donald, si sente rassicurato qualora la cucina locale non lo sodisfi. Il cosiddetto Viaggiatore non ama la folla, ritiene di scoprire l’identità vera dei luoghi, non ama i viaggi organizzati a meno che non siano avventura;
Alla fine sempre turisti sono, con sensibilità e culture diverse, ma con l’obbligo di vivere le destinazioni in maniera sostenibile: trovare un punto d’incontro tra libertà di viaggiare, diritto d’impresa turistica la e tutela della comunità. Non esiste una formula magica, ma una negoziazione continua, con un obiettivo comune: far sì che il turismo torni a essere incontro, scambio e conoscenza reciproca tra alterità, educando al viaggio sostenibile sia i turisti che i professionisti del turismo.
licenza pixabay







