Il 18 giugno 1815, Ugo Foscolo di stanza nelle retrovie della armata francese in Svizzera, confida al suo diario che il destino della libertà dell’Italia sarebbe dipeso dalla vittoria di un tiranno. Per quanto potesse essere amara questa constatazione il poeta vedeva bene. La sconfitta di Waterloo costò all’Italia 40 anni abbondanti di regresso sociale e politico da cui verrebbe da chiedersi se ci si sia mai ripresi. Per il resto tutto il tormentato rapporto di Foscolo con Bonaparte si consuma in queste poche righe scritte al suo servizio. Foscolo è un vecchio giacobino, non perdona a Napoleone il declino degli ideali comuni e pure, appena rispunta la marsina verde dei cacciatori a cavallo sotto un cappottone grigio, si è nuovamente arruolato.
Anche il Manzoni rimase turbato da Napoleone, tanto da chiedersi poi se la sua epopea comportasse vera gloria. Bella questione. Se si analizzano due battaglie decisive Marengo, l’ascesa e quindici anni dopo, Waterloo, la caduta, queste si riflettono come in uno specchio. Napoleone, un dio della guerra, Alessandro e Cesare reincarnati insieme secondo la prosa di Stendhal, compie e ripete la stessa mossa. Tagliare in due il nemico, braccarlo per scuoterlo centralmente dove è sguarnito e poi aggirarlo su un lato e finirlo. A Marengo sbaglia completamente i calcoli. Gli austriaci lo prendono di infilata e le linee francesi sono travolte. Le spie di Carnot, ministro della Guerra, sono già a Parigi a dare la notizie del disastro e quello vagheggiava il ritorno al Comitato di Salute Pubblica. A Waterloo, invece, Napoleone azzecca il colpo. Wellington è ferito a morte, la battaglia alle diciotto della sera, è vinta. Lo si legge nel bollettino dell’Armata inviato alla capitale. Gli scherzi atroci della guerra.
Marengo, mezzogiorno. Desaix, mandato con la sua armata contro il nulla, sente i colpi di cannone e corre in soccorso del primo console. Ore quattordici, la battaglia è persa. Desaix solleva Napoleone dalla polvere e ne comincia un’altra. Un trionfo di Desaix, non di Bonaparte. Waterloo, ore diciotto, Grouchy con ben trentamila uomini insegue i prussiani e quelli lo seminano e salvano un Wellington già con la pistola alla tempia. Napoleone affonda nel fango. Contro le intemperie si scaglierà Victor Hugo nei Miserabili. Solo il clima poteva fermare il genio di Bonaparte. le piogge lo hanno rallentato in Belgio, la neve lo bloccò in Russia, il caldo lo arrostì in Spagna. Sciocchezze. A Waterloo Napoleone non ha più un generale degno di questo nome, se non Ney, un leone, con l’intelligenza tattica di un tamburino, parole dell’imperatore. Soult, che pure è di valore, è relegato a suo aiutante di Campo. Soult, nato in Occitania, non ha mai capito, letteralmente, più di tre parole del francese di Buonaparte. Desaix e Lannes, morti. Morti Lassalle, Kleber, Bertiez, un elenco raccapricciante dei migliori generali della storia. Massena congedato, Murat rifiutato. La vecchia guardia non ha più punti di riferimento. Si sbanda contro un nemico alla corde esattamente come a Marengo si era ripresa davanti ad uno che l’aveva schiacciata. Sono i comandanti a mancare a Napoleone. I suoi soldati non si riconoscono in quelli nuovi e dopo il tradimento monarchico, non si fidano di quelli vecchi ritornati nei ranghi.
La forza di Napoleone fu quella della rivoluzione. Lo sollevò alla stelle per vent’anni. Il suo esercito era quello di Danton, il codice civile di Robespierre, la polizia di Fouché, l’istruttore di Lione. Cavalcata questa eredità con disinvoltura, l’uomo si spense nelle sue ambizioni. I francesi? dirà a Des Cases, amano la vanità, non la libertà. Foscolo era italiano, come Napoleone del resto. Chateaubriand lo ha sempre accusato di aver truccato di un anno la data di nascita. “Voi francesi”, diceva Buonaparte quando era irritato con i suoi generali.
Museo napolenico di Roma






