In vista della DN convocata il prossimo 14 luglio, si è aperto un dibattito nel partito su quale posizione debba avere il Partito Repubblicano Italiano nei confronti dell’attuale panorama politico nazionale e come tornare ad essere una voce chiara, netta, coerente con la nostra storia e con il nostro impianto ideale.
Intanto ha fatto bene il Segretario Nazionale Corrado De Rinaldis Saponaro a fissare un primo paletto, ricordando a tutti, con determinazione e lucidità, che noi siamo repubblicani. E proprio da questo primo punto occorre partire, con la consapevolezza che non non siamo liberali né tantomeno liberisti d’accatto. Dunque che il nostro riferimento politico non può che restare ancorato alla tradizione democratica, laica, riformatrice e progressista del pensiero mazziniano, salveminiano, lamalfiamo.
Questo non significa adesione automatica al centrosinistra o che non si possa criticare il Partito Democratico, come infatti facciamo spesso. Ma non possiamo nemmeno ignorare che, dentro quel campo, esistono sensibilità e aree programmatiche affini alle nostre, con le quali un confronto non solo è possibile ma è doveroso. Un confronto che va ricercato senza illusioni, ma con la consapevolezza che lì, e non altrove, si trovano interlocutori con cui è possibile ragionare su riforme istituzionali, laicità dello Stato, diritti civili, giustizia sociale, ambiente, energia e sviluppo sostenibile.
In questo senso, la questione del centrodestra si pone in tutta la sua gravità. Non esiste oggi un “centrodestra” come lo si intendeva in passato con Forza Italia che, nonostante Berlusconi, dava a quell’area una parvenza di liberalismo. L’attuale coalizione è diventata un blocco politico identitario, nazionalista, con tratti autoritari e illiberali evidenti. Definirlo con onestà per quello che è – destra-destra-centro– aiuta anche noi a prendere posizione con maggiore chiarezza.
Con questa destra non ci si può alleare, non per pregiudizio, ma perché i valori che guidano la loro proposta politica sono semplicemente opposti ai nostri. E quei valori sono gli stessi in tutta Italia: dall’Alpe a Sicilia, Emilia-Romagna e Veneto inclusi. Gli ideali di Giuseppe Mazzini, la visione di Ugo La Malfa e il pensiero di Giovanni Spadolini non possono mutare a seconda delle convenienze locali. Le alleanze si possono discutere, ma gli ideali restano e non si barattano.
Questo scenario, a mio giudizio, ci impone una riflessione più ampia, da svolgere seriamente in Direzione Nazionale. Intanto dopo le prossime elezioni regionali, sarà il momento giusto per tirare le somme sull’esperienza del Patto Repubblicano con Azione. Un’alleanza che era giusto costruire nel momento in cui l’abbiamo avviata, dopo il prevedibile naufragio del Terzo Polo, in un contesto di sfarinamento delle culture politiche storiche e nel tentativo di rilanciare una proposta repubblicana di governo.
Ma ora dobbiamo chiederci: cos’altro può dare questo Patto a noi e al Paese? Cosa ha prodotto concretamente per il PRI, in termini di visibilità, riconoscibilità, forza politica e progettualità? Che spazio ha trovato nel sistema mediatico e quale ruolo ci è stato riconosciuto?
Le domande sono legittime e urgenti. Perché se è vero che la politica si fa con alleanze, è ancora più vero che le alleanze devono servire ad affermare l’identità, non a diluirla. E a rafforzare il ruolo del PRI, non a renderlo ancillare.
Il PRI ha una storia troppo seria, troppo dignitosa, per continuare a galleggiare in un indistinto politico senza voce e senza ambizione. È un partito che ha attraversato le fasi più difficili della storia italiana sempre con coerenza, rigore e spirito repubblicano, senza mai piegarsi alle mode del momento o ai populismi di ogni stagione.
In questo senso, va riconosciuto con onestà politica e intellettuale il lavoro che la Segreteria nazionale di Corrado De Rinaldis Saponaro sta portando avanti con equilibrio, coerenza e chiarezza. Un impegno che tiene saldo il timone ideale e organizzativo del partito, anche in un contesto frammentato e difficile come quello attuale.
Proprio per questo, per noi è imprescindibile ripartire da un confronto organico, aperto e franco con quelle forze che appartengono allo stesso campo ideale cui apparteniamo anche noi: il campo democratico, repubblicano, laico e riformista. Un campo che, se vuole davvero rappresentare un’alternativa di governo credibile, non può essere spezzettato su base territoriale o differenziato in base a pur legittime valutazioni tattiche locali. L’identità non può essere a geometria variabile.
In questa prospettiva, dobbiamo aprire con coraggio e senso di responsabilità un dialogo privilegiato con quelle forze politiche che, all’interno di questo campo ideale, si sono dimostrate nel tempo più coerenti, più rispettose nel rapporto con l’Edera e più leali nei percorsi comuni, anche in occasione della recente fase fondativa. E le forze riformiste hanno naturalmente quel tratto distintivo richiamato. Infatti, al netto di talune deficienze locali che pure esistono e vanno corrette, questo spirito di collaborazione ha mostrato di poggiare su basi solide e su una comune memoria politica e culturale che non può essere ignorata.
Il PRI deve tornare ad essere il punto di riferimento di una proposta seria, autonoma e saldamente ancorata ai suoi valori. Per farlo, serve una riflessione profonda e coraggiosa su ciò che oggi è utile al Paese e al partito: con lealtà, lucidità e soprattutto con lo spirito autentico dei repubblicani.
E se questo significa aprire un dialogo con quelle forze che, come noi, si richiamano alla sinistra riformista del Risorgimento, che portano nel proprio nome la memoria di una storia politica antica e nobile, che sono rimaste coerenti nel tempo e hanno saputo mantenere un atteggiamento rispettoso e leale verso l’Edera anche nei passaggi più delicati, allora quel dialogo va aperto.
Non per necessità, ma per costruire qualcosa di più solido, perché certe affinità non si improvvisano: si riconoscono, si ritrovano, si coltivano con intelligenza politica e visione.
E dentro il campo largo del centrosinistra, per repubblicani e riformisti non si debba escludere, con intelligenza tecnica e senza pregiudizi ideologici, anche l’ipotesi di un confronto con il M5S, se utile a rafforzare un fronte democratico e costituzionale, purché su basi chiare, programmatiche e non populiste. Io credo che su questo si debba ragionare concretamente con serietà, consapevolezza e pragmatismo. Sopratutto con lucidità e non con la disperazione dell’ultima spiaggia ma con l’ottimismo della nuova frontiera.







