Se il politico amato da Stalin era Joseph Fouché, il convenzionale terrorista divenuto ministro di Polizia di Napoleone, il suo autore preferito era senza dubbio Michail Bulgakov. Stalin arrivava a farsi rappresentare le commedie di Bulgakov in privato, vi invitava la sua cricca e la derideva. Guarda Dmitri, quello sei proprio te! E quello? Quello non è identico a Georgy? E giù risate. L”unico posto in cui si potessero vedere le opere di Bulgakov era nelle messe in scena del Cremlino, perché a teatro restavano proibite. Il povero Bulgakov non riusciva a capire come mai invece di essere arrestato, come credeva, continuasse a fare carriera senza che mai nessuna delle sue commedie venisse rappresentata al pubblico. Bulgakov scriveva come un ossesso, i testi appena redatti venivano ritirati dalla commissione scrittori del popolo e svanivano nel nulla. In realtà erano tutti depositati in buon ordine sulla scrivania di Stalin che se li portava persino a letto. Bulgakov frustrato da anni di inattività, fece un passo clamoroso, chiese di trasferirsi all’estero, una domanda che poteva portarlo dritto in Siberia. Mentre aspettava di sapere cosa gli sarebbe successo. gli telefonò Stalin in persona. Michail Afanasievic, davvero volete lasciarci? Abbandonare la patria Russia? Il capo dell’Unione sovietica, appariva più dispiaciuto che minaccioso. Né Stalin, né Bulgakov erano nati in Russia. uno era georgiano, l’altro ucraino, e pure è l’amore per la Russia il comune punto di contatto.
Bulgakov non lasciò mai Mosca e non si è in grado di sapere se perché convinto dall’intervento di Stalin o dai visti della sua polizia, in compenso poté dedicarsi alla stesura in santa pace del suo romanzo più importante che sarebbe stato stampato solo dopo la morte di Stalin e poi divenuto un culto della letteratura europea, Il Maestro e Margherita. Romanzo che venne adottato anche dalla cultura russa post Unione sovietica tanto da farne una serie televisiva di successo. Si è poi voluto riportarlo anche sullo schermo con un film iniziato prima della guerra all’Ucraina, dal costo di 17 milioni di dollari quanto quello di una fregata affondata nel mar Nero. Il film affidato al regista russo americano Michail Lockshin è appena uscito a Mosca ed è già un successo in sala, tanto da apparire in grado di assorbire costi che per il cinema russo sono esorbitanti, tranquillamente. C’è un solo problema. L’enclave putiniana non è per nulla contenta del prodotto realizzato e avrebbe già chiesto di ritirarlo, decisione che comporterebbe aspetti molto delicati. Un’opera di un autore ucraino che si sentiva russo nelle sale, e Putin la farebbe ritirare. E quale speranza darebbe agli ucraini che come Bulgakov si sentono ancora russi, quando non si rispetta nemmeno Bulgakov?
Il Maestro e Margherita era già sufficientemente cupo e desolato. La nuova versione cinematografica è pure peggio. Il diavolo vive a Mosca e ne è diventato il padrone assoluto. Potere e verità acquisiscono un senso solo se egli vuole e cosa vuole Satana? Consumare la sua vendetta storica contro la persona di Gesù di Nazareth. Tutta la popolazione di Mosca è ridotta a una vita da marionette senza anima alcuna. L’ unica funzione è compiacere gli ordini del diavolo. E fin qui siamo pur sempre nel romanzo. Perché mai pensare che si voglia mettere nel mirino Putin? L’autore ce l’ha con Stalin, è ovvio, è la Russia sovietica il suo bersaglio. Solo che nel nuovo film c’è una variazione piuttosto ingombrante anche per una libera interpretazione dell’originale, la scena finale. Mosca esplode, letteralmente. Questo non avvenne nel tempo passato di Stalin né tantomeno nel testo di Bulgakov. L’esplosione come di un bombardamento, è una visione del futuro che attende, una profezia sulla Russia di Putin, non su quella di Stalin.







