È merito di Isaiah Berlin l’averci consegnato una delle distinzioni più abusate ormai dalla filosofia politica, e cioè la distinzione tra libertà positive e libertà negative. Era il 1958 e la sua era la lezione inaugurale di un corso di teoria politica ad Oxford. La libertà positiva è la libertà di dispiegare pienamente me stesso. Io ho in me delle potenzialità che chiedono di poter fiorire, di sbocciare. La libertà negativa consiste nel rimuovere gli ostacoli che mi impediscono di realizzare la mia libertà, far sì che non ci siano intrusioni nel mio agire. A dirla così sembra quasi la stessa cosa, la differenza di fondo è che nel primo caso l’accento viene posto sull’auto-dominio e sulla responsabilità, sull’essere signori di se stessi, nel secondo sull’assenza di vincoli posti dagli altri, dalla società, dallo Stato. Nel primo caso io sono libero ‘di’, nel secondo io sono libero ‘da’. Non sempre la libertà ‘di’ è poi così chiara e così assodata. È rimasto esemplare negli studi politici l’esempio che fa Hegel del Nipote di Rameau (dal dialogo satirico omonimo di Diderot), un musico che adulava chi voleva essere adulato, ben disposto ad accettare incarichi da potenti di varia caratura. Questo atteggiamento però non è fondato su una sana autonomia decisionale, ma sull’improvvisazione e sul capriccio altrui, cioè sulla contingenza del particolare, sull’instabilità a cui si sacrifica la responsabilità personale.
Questi due concetti di libertà hanno però dato origine a due idee di Stato opposte. I fautori della libertà positiva hanno immaginato a garanzia uno Stato forte che governasse o supervisionasse il destino degli uomini (rischiando di trasformare le richieste di libertà in controllo e disciplina collettiva). I fautori della libertà negativa hanno invece immaginato uno Stato leggero, minimo, quando non nullo, è il modello liberale.
«La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande» dice il verso di Archiloco intorno a cui ruota il saggio tra i più noti di Berlin. Qui l’autore prova a individuare due classi di comportamenti: “da una parte le volpi, quelli che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente, de facto, per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico” dall’altra i ricci, quelli “che riferiscono tutto a una visione centrale, a … un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono”.
Lo stato perfetto non è però né quello socialista, né quello liberale, ma quello in cui l’Uno mette a sistema una molteplicità di stili di vita e di pensiero. Bisogna avere la visione del riccio, e pensare che tutto sia riconducibile ad un’unità, e proteggere con gli aculei questa visione, ma senza perdere la ricchezza e la furbizia della volpe. Perché è vero che senza freni e controlli lo Stato rischia di diventare il Leviatano di Hobbes, il mostro acquatico di cui ci parla la Bibbia che Hobbes usa come simbolo dello strapotere dello Stato nei confronti delle libertà dell’individuo, ma è altrettanto vero che senza lo Stato corriamo il rischio di finire dalla padella alla brace, e di essere alla mercé del più potente o del più forte, finendo come il nipote di Rameau nella migliore delle ipotesi, in catene nella peggiore.








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