La libertà negativa, per come l’abbiamo disegnata in queste pagine qualche giorno fa, si affermò nella nostra cultura più o meno sul finire del Settecento. Il fenomeno con cui si doveva fare i conti era quello dell’industrializzazione e l’affermarsi, con l’avvento del capitalismo, di una nuova classe sociale, con i suoi tic e le sue nuove ossessioni. La libertà positiva cade decisamente in disgrazia. O meglio, cade in disgrazia una lettura a-posteriori di uno Stato inteso come qualcosa di più di un “tenue collante sociale degli ordinamenti giuridici”; per usare un’espressione di Axel Honneth. E quindi l’affermazione della borghesia comportò il rischio di una atomizzazione della collettività nel suo complesso: il clima culturale dell’epoca, l’eredità della Rivoluzione francese, hanno sicuramente portato alla radicata conquista delle “prerogative astratte di una persona giuridica” che “gode indubbiamente di libertà soggettive prima inconcepibili, ma la determinazione puramente negativa di quelle libertà non è più in grado di instaurare alcun legame sociale non riducibile a orientamenti puramente strumentali”.
La questione, nella sua sintesi estrema, è tutta qui. L’irrompere nella storia di una nuova configurazione dei rapporti sociali, orientati per esempio dai mercati, lede la vita sociale intesa come totalità. E impone un cambio di paradigma per la libertà. Ma è stato Hegel per primo a porsi, in maniera sistematica, il problema della libertà nello Stato, cioè dello Stato come garanzia e non come soffocamento delle libertà? Hegel ha care le letture non solo di Rousseau, ma soprattutto di Spinoza. Con lui la filosofia vede terra, come un marinaio dopo un lungo errare. Hegel lo diceva in realtà di Cartesio, ma quella è la stima. E la riconoscenza non va solo per le riflessioni fondamentali sulla Sostanza, che tanto influenzeranno la Fenomenologia e la Logica, ma anche per lo Spinoza del Trattato teologico-politico. Lo Stato è uno strumento per l’auto-determinazione dei singoli, è nato da un patto per soddisfare un loro ‘conatus’, quello di conservare quella libertà sola che può garantire la pace sociale.
La distanza che separa Hegel da Rousseau, la si può misurare con l’uso della parola ’scissione’, che per Hegel è la diagnosi di questa patologia sociale. «Hegel deve necessariamente postulare la preesistenza di una condizione di unità sociale suscettibile di frammentarsi in parti contrapposte: il fatto che qualcosa che in precedenza costitutiva una totalità si sia scisso in due metà presenta già di per sé, secondo la sua interpretazione, la qualità di una patologia. Per Rousseau, invece, il punto di partenza non è costituito da una forma di totalità originaria, ma dalla cemprensenza irrelata di singole unità discrete: la deriva ha inizio quando quelle entità autoriferite, federandosi tra loro, iniziano a smarrire il loro centro gravitazionale» (così in saggio intitolato Patologie del sociale e pubblicato da Il Mulino nella raccolta La libertà negli altri, a cura di Barbara Carnevali). Insomma, Hegel (e Spinoza) partivano dal presupposto che anche Ugo La Malfa avvertiva come urgente nell’Italia di oggi: «Bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati». Perché voler fare a pezzi lo Stato per affermare la mia libertà negativa mi fa correre il rischio concreto di cadere dalla padella alla brace, di liberarmi dalla prepotenza delle Istituzioni, per finire alla mercé dei furbi, dei forti e degli spregiudicati.







