Di Tolstoj morto centoquindici anni fa, sarà impossibile liberarsi nemmeno passassero mille anni. Qualunque romanzo abbia scritto, lo si si legge tutto di un fiato fino a stordirsi. Tolstoj non è un letterato, è una droga. Il talento della sua narrativa è travolgente, in generale, solo il miglior Balzac riesce a momenti a tenergli testa. Dostoevskij, che sapeva essere anche più appassionante, ha una prosa faticosa, introversa, sgrammaticata. La forma di Tolstoj è limpida, cristallina, sembra una scultura di Fidia.
Basta vedere una sua foto giovanile, per capirne immediatamente il carattere. Un arrogante bell’imbusto, sfrontato e privo di qualsiasi condizionamento, come giusto potevano esserlo i principi russi prima del colpo di stato leninista. Se lo si vede nei ritratti da vecchio, più comuni, ecco che Tolstoj per nascondere questa sua natura si mette in maschera con barba, baffi, persino capelli spettinati e lunghi. Tanto attesta che non sia mai riuscito a cancellare il vero se stesso. Il suo unico e grande desiderio? Diventare un’altra persona. Questo avviene ai protagonisti formidabili dei suoi capolavori, Padre Sergio o Pierre Bezukov. All’autore no. Tolstoj muore come il principe Bolkonskij, sul campo di battaglia alla ricerca di un dio del cielo vuoto che non può salvarlo. Non c’è nessuna resurrezione in Tolstoj. Vorrebbe almeno dare alla sua fede fanatica ed astratta la positività repressa di Dostoevskij e non ci riesce proprio. I personaggi di Dostoevskij si riscattano nell’amore. Quelli di Tolstoj finiscono in Siberia. C’è solo la vendetta. Trotskij, pur sempre un ucraino, diceva di Dostoevskij che era un mistico reazionario, Tolstoj era molto peggio. Dostoevskij lo si comprende e compatisce, era un individuo socialmente infimo e patologicamente malato che non ha i soldi per la cena o l’affitto. Tolstoj scoppia di salute e di ricchezze, ha sempre fatto la bella vita.
Pensare che il giovane Tolstoj era affascinato dall’occidente. Porta al collo il medaglione di Rousseau almeno sino ai trent’anni e non se lo toglie di dosso, nemmeno quando prende il bagno. Va in Germania a cercare le orme della vita e della poesia di Goethe. Probabilmente si iscrive alla massoneria ed ammira Bonaparte. Poi si pente di tanto sconquasso. Si pente di essersi lasciato sedurre da un mondo futile, perverso e corrotto, quindi fondamentalmente identico al suo io e si richiude nelle sue proprietà in campagna per brutalizzare la famiglia. Rincorreva i figli con la cinghia per divertimento e costringe la povera moglie a ricopiare almeno tre volte Guerra e pace. La settimana prima di morire scappa, non si sa verso dove, non lo sa nemmeno lui.
Tutto quello che riguarda la sua vita privata e la sua letteratura è un affare per i suoi estimatori, moltissimi, giustamente. La sua eredità storica concerne invece la ricostruzione dell’epopea napoleonica con cui bisogna ancora fare i conti. Chi non ha mai letto un solo libro su Napoleone, lo conosce grazie a Guerra e pace, un falso vero e proprio. Dostoevskij per lo meno Napoleone lo considerava un assassino di vecchiette con l’accetta. Suggestivo e pure difficile da prendere sul serio. L’imperatore descritto da Tolstoj in cappotto e stivaloni, con manine pingui e delicate, si crede di vederlo eccome e proprio mentre lascia affogare indifferente i suoi soldati nella Nema.
L’intero mito dell’invasione russa napoleonica, della saggezza di Kutuzov, è un falso indegno, utile ad accusare il mondo occidentale ed illuminista per i secoli a venire. Napoleone non invade nessuno, difende la Polonia. Era lo Zar l’invasore. Napoleone mobilita l’Europa intera nella speranza che lo Zar ritorni al rispetto dei trattati sottoscritti, non manda armi ai polacchi, ci va di persona con 400 mila uomini. Napoleone, a contrario di Alessandro, ha il senso del diritto e purtroppo dell’amicizia. Per questo attende lo Zar a Mosca esponendo il suo esercito, che comunque ha avuto più perdite in estate in Polonia che in Russia di inverno. Non è stata la Russia a piegare Napoleone, è stata l’Inghilterra sostenendo la ribellione in Spagna. Altra falsificazione clamorosa. Senza la sconfitta in Spagna, Napoleone sarebbe tornato a Mosca quando voleva. Tolstoj è riuscito a raccontare la più grande impresa militare della storia umana, tale da far impallidire Alessandro Magno e Cesare, come una catastrofica disfatta e ancora gli si crede.
Se poi il lettore è cresciuto nella verità del Congresso di Vienna, ed ama le emozioni forti, fa bene a leggere e rileggere Tolstoj, convinto persino di aver vinto ad Austerlitz. Bagration venne accolto a Pietroburgo come un trionfatore. Non era arrivato in battaglia per tempo, ma fu abile a districarsi dalla retroguardia di Murat. Bagration sarà celebrato a Mosca come domani celebreranno Gerasimov se occupa Prokovsk. I russi non perdono mai nemmeno quando lasciano cinquantamila morti sul campo in una singola battaglia contro solo mille nemici. Questa le leggenda tramandata da Tolstoj che pesa sul mondo intero dagli anni della Restaurazione in avanti. Bella roba.
D’atra parte se uno vuole una poesia autentica e sincera che sgorga dal cuore dell’animo russo, lo butta l’artefatto e mistificatore conte Tolstoj e si legge le poesie di Esènin, che già a trent’anni si era suicidato. E vista l’Unione sovietica, anche questo si capisce.
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