Giovanni Balducci ha il merito di aver riproposto da qualche settimana, per Mimesis, La sociologia e il suo dominio scientifico di Émile Durkheim. Un saggio pubblicato per la prima volta in Italia nel 1900 sulla Rivista italiana di sociologia e poi ridiffuso solo nel 1975. A dispetto della sua brevità, è un testo importante, fondativo, della sociologia.
Perché esista una sociologia, e la si possa dire scienza, occorre che nella società si verifichino dei fenomeni di cui quella società è causa specifica e che non esisterebbero se non esistesse. Inoltre, qui un distinguo con Simmel, non possiamo immaginare la società come semplice sommatoria di fatti di cui si occupano già altre scienze perché questo vorrebbe dire di fatto che la sociologia non ha un suo oggetto proprio. Il corollario di questo è che i fenomeni sociali non hanno la loro causa immediata e determinante nella natura degli individui. Altrimenti sarebbe psicologia. «Perché la sociologia abbia una propria materia, è necessario che le idee e le azioni collettive siano per natura diverse da quelle che hanno origine nella coscienza individuale e che siano inoltre governate da leggi speciali». Il tutto non è la somma delle parti, come nella chimica non si può dire che nella cellula vivente non c’è altro che ciò che esiste negli atomi di idrogeno, carbonio e azoto che contribuiscono alla sua formazione. «Il modo di ragionare che abbiamo appena indicato è quindi radicalmente errato e falso. […] Quando gli elementi si combinano, è una nuova realtà che deriva dalla loro combinazione e presenta caratteristiche del tutto nuove, talvolta addirittura opposte a quelle osservate negli elementi che la compongono. Due corpi molli, rame e stagno, formano dalla loro unione uno dei materiali più duri conosciuti, il bronzo. Si potrebbe obiettare che le proprietà che si manifestavano nell’insieme preesistevano allo stato germinale nelle parti? Un germe è qualcosa che non è ancora tutto ciò che sarà, ma che già esiste; è una realtà giunta solo al primo periodo della sua evoluzione, ma che già esiste effettivamente, testimoniando la sua esistenza con fatti caratteristici».
I fatti sociali sono esterni all’individuo, ma esercitano una forza tale da condizionarne l’agire. Vale per i costumi tradizionali, “anche quando non hanno nulla di religioso o morale, le feste, gli usi, le mode” che in qualche modo sono tutelate da svariate sanzioni contro i tentativi di ribellione individuale. Anche la l’organizzazione economica ci è imposta da una “necessità imperativa”. Ora, Durkheim non intende affermare che pratiche o credenze sociali penetrino negli individui senza subire variazioni. «Orientando il nostro pensiero verso istituzioni collettive, anche assimilandole, le rendiamo individuali, imprimendo loro più o meno il nostro carattere individuale, allo stesso modo in cui, occupandoci con la mente del mondo sensibile, ciascuno di noi lo colpa a modo suo, come gli pare, in modo da vedere molti soggetti diversi in modo diverso nello stesso ambiente fisico. Ed è per questo che ciascuno di noi, fino ad un certo punto, forma la propria fede religiosa, il proprio culto, la propria moralità, la propria tecnica. Non esiste uniformità sociale che non consenta tutta una scala di gradazioni individuali, non esiste fatto collettivo che si imponga uniformemente a tutti gli individui».
Da qui Durkheim elaborerà il suo originalissimo concetto di “a-nomia”, ad indicare una società senza leggi, l’angosciante profezia, come rileva Franco Ferrarotti nella premessa al volume, di un mondo dove certo le leggi legiferate esistono, e anche in caotica sovrabbondanza, ma non vengono più percepite come moralmente vincolanti. Durkheim sente questo indebolirsi del fatto sociale, in una società in cui il “fare per fare” sta sostituendo il “fare autotelico”, cioè dotato di uno scopo, di una intenzionalità consapevole. Dato che la morte è inevitabile, dimentichiamola






