Era nato a Giuncarico, tra le Colline Metallifere grossetane, il 1º gennaio 1899. Morì il 14 aprile 1991, dopo una vita intensa e generosa. «Un insulso avvocatino di Grosseto»: così Randolfo Pacciardi fu definito dal Popolo d’Italia all’indomani del 23 giugno 1923, quando, assieme un gruppo di decorati di guerra, contestò Mussolini in Piazza Venezia.
Tutt’altro che insulso il nostro Pacciardi, capace di affrontare il capo del Governo nella piazza poi eletta dal regime come simbolo del potere e di “orchestrare” il dissenso, sprezzante del pericolo, come lo fu tutta la vita.
Neppure sarebbe stato possibile definire “avvocatino” quell’uomo che aveva un formidabile eloquio accompagnato da uno spiccato physique du rôle, tanto da non poter che attirare l’attenzione di chiunque lo ascoltasse in ogni occasione: la voce e lo sguardo magnetici folgorarono anche Ernest Hemingway.
Circola in rete un video toccante, in cui viene riprodotta l’ultima intervista televisiva, in cui l’uomo giganteggia anche nel ripercorrere il suo intenso passato. Una famiglia umile la sua, in cui l’esempio di onestà e di fiera indipendenza dato dai genitori rappresentò l’ideale “bussola” per l’intera vita: una vita che mai lo vide tradire i suoi ideali. Lui, che nel suo lungo percorso, fu tradito da molti amici di cui si era fidato.
Nel 1999 ebbi modo di ricordare il centenario della nascita di Randolfo Pacciardi sulle colonne del quotidiano Il Foglio, grazie all’attenzione di un uomo lucidamente controcorrente come Giuliano Ferrara e della sua redazione, che – forse – ebbero modo di capire l’importanza di quell’uomo così lontano da certi schemi della “politica del potere”.
Bisogna ammettere che non sempre Randolfo Pacciardi fu compreso dai suoi compagni di militanza repubblicana, che riabilitarono forse troppo tardi la figura di questo tenace e schietto toscano, dal parlare raffinato e dalle profetiche visioni.
Mi piace, in effetti, cogliere analogie tra l’Apostolo dell’unità d’Italia e il grande propugnatore della “Nuova Repubblica”, alla moda delle Vite parallele di Plutarco.
Illuminante è proprio un passaggio del celebre discorso tenuto da Pacciardi ai genovesi nel centocinquantesimo anniversario della nascita del propugnatore dell’unità nazionale: «Dirò a vostra onta, o genovesi, che Genova e Napoli, nelle elezioni, lo rifiutarono come deputato. Lo elesse per due volte Messina e per due volte una Camera italiana respinse le elezioni. E anche coloro che lo difesero, lo difesero con argomenti avvilenti. Messina lo rielesse per la terza volta e questa volta la Camera si arrese, ma allora fu Mazzini a rifiutare il mandato non avendo l’animo di giurare fedeltà alla Monarchia. Divinò la Repubblica. E sembrava follia dare a questo popolo, schiavizzato da quattordici secoli di dominazione straniera, un regime che poi era un comando a ritrovare se stesso: “Sorgi e cammina. Prendi nella mani tue le redini del tuo destino”. Gli stessi enciclopedisti della rivoluzione francese non avevano osato tanta audacia».
In queste parole c’è tutto il senso delle sorti del pensiero mazziniano, non sempre colto appieno e non sempre valorizzato nel modo migliore, in un contesto in cui l’appello a prendere in mano il proprio destino sembrava essere costantemente disatteso.
In effetti, Mazzini e le sue profonde riflessioni furono (erroneamente) relegate all’interno della sola realtà politica del P.R.I. e proposte semplicisticamente (e, peggio, in mala fede) come frutto del pensiero anticlericale del tempo. Il resto lo fece l’oblio cui venne condannata la maggior parte del pensiero di quell’uomo che oggi dovrebbe essere riconosciuto il padre della moderna accezione di Europa: troppo profetico per essere (completamente) compreso, troppo autentico per essere (pienamente) colto dalla classe politica.
Come ha ben scritto Antonio de Martini, il vero erede della tradizione pacciardiana, «l’unico Paese in cui Mazzini non viene studiato come filosofo è l’Italia». In questa breve riflessione sta tutto il senso della battaglia persa contro la povertà di un Paese che ha dimenticato la propria grandezza e le grandi risorse che possono provenire dallo studio del più alto pensiero espresso in passato. Un Giovanni Conti sconsolato (e disilluso) domandava all’Italia repubblicana quando – per un Mazzini tanto “profanato” – sarebbe giunta l’ora del riscatto.
Conti, provocatoriamente, si chiedeva: «Che sia giunto il momento dell’inizio di un serio studio del pensiero mazziniano, per il quale siano bandite la predica delle formule, la ripetizione delle frasi fatte, la retorica di inconcludenti cosiddetti cultori delle dottrine del (iniziale maiuscola) Maestro, e siano seguite indicazioni e ispirazioni per un’azione feconda di tutti coloro i quali sono impegnati nella politica, nel movimento sociale?»
Sorte simile quella del tenace toscano dalla vita intesa, sempre pronto a combattere per la difesa degli oppressi.
Del resto, l’avvocato nato a Giuncarico, dopo essere stato acclamato come il più preparato dei politici della sua generazione, fu accusato di essere un (pericoloso) reazionario e non più di vent’anni fa ebbi modo di leggere un articolo in cui un commentatore di estrema destra cercava di collocare le idee di Pacciardi nell’ambito di un contesto politico lontano anni luce del suo pensiero e dalla sua storia, definendolo addirittura “un fascista mancato” (sic!).
Bisogna essere (quanto meno) in mala fede per collocare questo spirito libero e democratico nella destra autoritaria: un Pacciardi che nel 1915 aderì al Partito repubblicano; un Pacciardi che – assieme a Gigino Battisti (figlio di Cesare Battisti) – fondò nel 1923 il movimento di combattenti antifascisti Italia Libera, diventandone segretario generale; un Pacciardi che, come già ricordato, organizzò, sempre nel 1923, la contestazione al Duce in Piazza Venezia; un Pacciardi che difese la libertà di stampa e la “sua” amata Voce Repubblicana; un Pacciardi che rischiò la vita numerose volte per riportare la libertà in Italia, nell’affermazione del pensiero mazziniano, che teorizzava l’azione degli uomini svincolata da ogni interesse materialistico.
L’ispirazione per fondare il movimento Unione Democratica per la Nuova Repubblica non venne certo da spinte autoritarie, ma dalla lettura e dallo studio delle opere di Mazzini. Proprio quest’ultimo, recuperando il Manifesto della gloriosa Repubblica Romana, scriveva: «Noi non siamo Governo d’un partito, ma Governo della Nazione». La Repubblica si identificava – seguendo il pensiero di Pacciardi – in quella Repubblica teorizzata da Mazzini come «conciliatrice ed energica» (Scritti, vol. VII, 1877). Secondo l’Alfiere del Risorgimento italiano, «la Democrazia è soprattutto un problema educativo, e poiché il valore dell’educazione dipende dalla verità del principio su cui si basa, l’intero futuro della Democrazia è condizionato da tale questione» (People’s Journal, 28 agosto 1846). E, mi verrebbe da dire, ce ne siamo accorti…
Fui colpito profondamente quando Silvio Berlusconi, in un discorso del 1994, al momento della ben nota “discesa in campo” inserì Randolfo Pacciardi nell’elenco dei padri nobili del pensiero democratico della Repubblica italiana, indicandolo come Maestro da seguire, assieme a Alcide de Gasperi e Luigi Einaudi.
Ma anche in quell’occasione la dichiarazione del fondatore di Forza Italia fu strumentalizzata e, così, le idee di quel grande mazziniano furono riposte in naftalina.
Un vero peccato o, forse, un’autentica tragedia, se si pensa che la mancata riforma delle istituzioni in quel periodo (grigio) della storia repubblicana nota come Seconda (o Terza?) Repubblica, mai venuta alla luce realmente, ha probabilmente prodotto il peggio che la politica potesse esprimere.
La verità è che Pacciardi ebbe a combattere in egual modo ogni pensiero e ogni impostazione antidemocratica, sposando, sin dai primi anni della sua attività politica, sia la lotta al fascismo che l’avversione al socialismo massimalista, sostenendo che sarebbe stato atroce sostituire il secondo con il primo.
E Pacciardi era capace di leggere la storia cogliendone gli aspetti positivi.
Anche quando raccontava dei “tradimenti” subìti, si avvertiva la grandezza di Pacciardi: non si soffermava sulla vergognosa espulsione dal P.R.I., ma gli piaceva ricordare la riammissione in quel movimento politico che così tanto aveva amato. Era orgoglioso, ai tempi, che Giovanni Spadolini lo consultasse e lo indicasse come «il più grande repubblicano dopo Mazzini».
Perché Randolfo Pacciardi non fu solo un grande uomo politico e delle istituzioni, appartenente a quella “classe”, che – probabilmente – oggi non esiste più. Randolfo Pacciardi fu anche un raffinato interprete del più autentico pensiero mazziniano, apostolo di una visione della vita aperta al rispetto dell’individuo, cui la storia attribuisce il compito di esercitare un impegno civile.
La ricerca storica di Randolfo Pacciardi si concretizza nel 1922, quando, con lo pseudonimo di “Libero”, pubblica nella Libreria Politica Moderna di Conti il volume Mazzini. La vita e le opere: un’opera fondamentale, che – nella sintesi e nell’essenzialità delle riflessioni – permette di cogliere il senso del pensiero del Cantore dell’unità nazionale e lo spirito dell’interprete toscano di quelle idee. Pacciardi, per tutta la vita sarà animato da una devozione assoluta al fondatore della “Giovine Italia”, esempio spirituale e risvegliatore delle italiche coscienze, nel solco di Dante.
«Devoto e religioso fervore», quello manifestato da Pacciardi nei confronti del Maestro, che conferma la profonda spiritualità del toscano.
Implacabile oppositore del fascismo (anche dopo la fine del regime), nel 1926 fu costretto – con immenso dolore – a lasciare l’Italia.
A capo del Battaglione Garibaldi, partecipò alla guerra di Spagna, sino ad avere la meglio sui franchisti a Guadalajara nel marzo 1937. Ma quella guerra gli fece anche conoscere i progetti di alcuni marxisti, pronti a combattere per sostituire un regime con un altro.
Segretario del P.R.I. (per acclamazione), vicepresidente del consiglio nel governo De Gasperi, ministro della Difesa dal 1948 al 1953, si oppose con tutte le forze alla partitocrazia che, già agli albori della storia repubblicana, aveva infettato il sistema democratico. La sua non era aprioristica opposizione ai partiti, ma opposizione a quel regime che, mascheratosi dietro il cinico paravento del rispetto della volontà popolare, dava già segni di fallimento. Del resto, il malumore di chi aveva combattuto per la libertà era presente anche negli scritti di Gaetano Salvemini, fondatore della Mazzini society, il quale dichiarava che «i democratici sul serio avrebbero dovuto resistere al fascismo, ma anche combattere con altrettanta intransigenza gli pseudodemocratici».
Pacciardi era giunto alla conclusione che le istituzioni del Paese si fossero dimostrate «assolutamente inefficienti come quelle della monarchia parlamentare». In particolar modo, contestava che «questa strana Repubblica» avesse trasformato i presidenti in veri e propri «re costituzionali», rendendoli comunque istituzionalmente irresponsabili della maggior parte delle proprie azioni.
Proprio per superare queste involuzioni del sistema, Pacciardi fu fondatore nel 1964 dell’«Unione Democratica per la Nuova Repubblica». Quella fu l’occasione per propugnare anche le tesi presidenzialiste. Ma Pacciardi pagò a caro prezzo l’opposizione al sistema: solo pochi anni prima della sua morte, fu “riabilitato” e gli venne chiesto di rientrare nella casa dei repubblicani. Forse, però, era cambiato l’ambiente politico che Pacciardi aveva conosciuto nell’immediato dopoguerra, quell’ambiente dove si respirava un sano patriottismo, dove era ancora vivo l’insegnamento di Mazzini, dove tanti antifascisti avevano trovato la naturale collocazione, dove il vuoto pensiero ateo e materialista dei marxisti veniva combattuto con il laicismo, con la religione dell’Uomo, con il rispetto delle diversità. Eppure, questo “repubblicano storico”, come amava definirsi, non poteva rassegnarsi, non poteva darsi per vinto, ispirato dall’amor di Patria che aveva ereditato da Mazzini, da quell’uomo che – come scrisse lo stesso Pacciardi – «giganteggia sui piccoli e anche sui grandi uomini della sua età».
Il Cairo – Amedeo Guillet con il Ministro della Difesa On. Randolfo Pacciardi incontra un alto ufficiale egiziano. Foto Immaginario Diplomatico, Flickr | CC BY-NC-ND 2.0








leggere di Pacciardi mi fa sempre un gran piacere, redatto da Andrea Sirotti Gaudenzi riempie di gioia il mio cuore.