Il porto di Ravenna affonda le radici nel I secolo a.C., quando Ottaviano Augusto decise di collocare qui una delle due flotte imperiali, la Classis Ravennatis, destinata al controllo del Mediterraneo orientale. La scelta non fu casuale: Ravenna, affacciata su un sistema di lagune e protetta dalle sue immense pinete, offriva condizioni ideali per ospitare una base navale permanente. Le pinete non erano solo paesaggio, ma risorsa strategica: da qui veniva il legname per le navi. La flotta, parte della quale trascorreva qui l’estate per poi svernare nelle acque del Mar Nero, trasformava Ravenna in un centro strategico per il dominio militare e nevralgico per traffici, diplomazia e scambi culturali. Gli scavi archeologici di Classe, la frazione alle porte di Ravenna che prende il nome proprio dalla “flotta imperiale”, documentano ancora oggi questo ruolo cruciale.
Nel Tardoantico la città conobbe tre stagioni straordinarie come capitale: dell’Impero romano d’Occidente, dell’Esarcato bizantino e del Regno ostrogoto sotto Teoderico, figura di cui quest’anno ricorrono i 1500 anni dalla morte. In tutte queste fasi il porto rimase un ponte attivo tra Oriente e Occidente, come testimoniano anche i mosaici della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, splendida narrazione visiva dei traffici bizantini.
Con il declino dell’Impero e l’impaludamento delle lagune, il porto subì un lento abbandono. I fiumi colmarono progressivamente gli specchi d’acqua e dal XVII secolo divenne necessario intervenire con canali artificiali per mantenere l’accesso al mare. L’ultimo di questi fu il Canale Candiano, aperto nel 1652 per volontà di papa Innocenzo X. È proprio da questo periodo, e dai legami con la Venezia della “Serenissima”, che nasce l’uso, ancora oggi diffusissimo tra i ravennati, di chiamare semplicemente “il Candiano” l’intero porto: un riferimento alla famiglia patrizia veneziana dei Candiano, influente nel territorio durante la dominazione lagunare, e alla loro presenza nei possedimenti ravennati dove il canale prese forma.
All’inizio del Settecento le condizioni del vecchio canale erano ormai critiche. Quando nel 1737 furono deviati i fiumi Ronco e Montone, l’opera divenne inutilizzabile e si avviò la costruzione del nuovo tracciato nella zona della Baiona. Fu il cardinale Giulio Alberoni a promuovere la grande opera idraulica che portò alla nascita del Porto-Canale Corsini, unico in Italia per estensione: undici chilometri di canale rettilineo inaugurati nel 1748 e dedicati a papa Clemente XII, Lorenzo Corsini. Un’impresa monumentale destinata a segnare a lungo il rapporto tra la città e il mare.
Nel XIX secolo nuovi interventi, dal raddrizzamento dei tratti tortuosi voluto dal cardinale Agostino Rivarola alla modernizzazione guidata da Luigi Carlo Farini nel 1860, permisero l’arrivo di navi più capienti e l’avvio dei primi insediamenti industriali. Ravenna entrò così nel novero dei porti nazionali moderni. I lavori proseguirono intensamente fino agli anni Trenta del Novecento, accompagnando un secolo di trasformazioni economiche.
Il porto ebbe un ruolo significativo anche nella Prima guerra mondiale: da qui salpò Nazario Sauro e fu sempre a Marina di Ravenna che, il 24 maggio 1915, si registrò il primo morto civile italiano del conflitto, colpito dalle cannonate della flotta austro-ungarica.
La vera svolta arrivò però nel secondo dopoguerra. Nel 1957, la scoperta dei giacimenti di metano al largo della costa favorì la nascita del polo petrolchimico e l’espansione industriale che trasformò il porto in uno scalo internazionale. La crisi petrolifera degli anni Settanta segnò un nuovo passaggio: Ravenna accentuò la sua vocazione commerciale, aprendo alle grandi masse di merci alla rinfusa. Oggi la movimentazione supera i 26 milioni di tonnellate l’anno, con primati nazionali nell’agroalimentare e un ruolo centrale per le argille destinate al distretto ceramico emiliano. Da questi traffici nacque anche l’ascesa del Gruppo Ferruzzi, che rese Ravenna un centro decisivo dell’economia agricola internazionale, tanto da determinare le quotazioni alla Borsa Cereali di Chicago.
Accanto alla dimensione industriale, il porto è tornato negli ultimi decenni anche luogo del turismo: ospita l’hub logistico di Royal Caribbean, secondo gruppo crocieristico mondiale, che utilizza Ravenna come porta d’accesso privilegiata al Mediterraneo ed è partner di Ravenna Civitas Cruise Port, una joint venture che gestisce la costruzione di un nuovo terminal crociere che aprirà nel 2026, con l’obiettivo è rendere Ravenna un importante homeport nel Mediterraneo, una base strategica per l’imbarco e lo sbarco dei passeggeri per le crociere.
Dalla Classis romana al Porto-Canale Corsini, dal Canale Candiano ai poli industriali contemporanei, Ravenna ha attraversato due millenni senza mai perdere la propria vocazione marittima. Oggi come ieri, resta un crocevia tra mondi, un luogo in cui storia, ingegneria, economia e identità locale si intrecciano. È questa continuità, viva anche nel modo in cui i ravennati continuano a chiamarlo “il Candiano”, a rendere lo scalo uno dei porti più singolari e affascinanti del Mediterraneo.
Nonostante le trasformazioni, Ravenna continua a essere ciò che è sempre stata: un crocevia tra mondi, un porto che interpreta il proprio ruolo in base alle esigenze del suo tempo, senza mai perdere la vocazione al dialogo tra Oriente e Occidente. Oggi questa identità millenaria si traduce nella capacità dello scalo di coniugare funzioni diverse: piattaforma industriale, snodo logistico, porta del turismo internazionale, laboratorio della transizione energetica.
La storia del porto fa da sfondo alle sfide contemporanee, conferendo a Ravenna un valore che supera la dimensione economica: è un territorio portuale complesso, nel quale industria, ambiente, cultura e ricerca convivono in un equilibrio che richiede visione politica, investimenti e responsabilità imprenditoriale. Se istituzioni, comunità e imprese sapranno interpretare questa eredità millenaria, Ravenna continuerà a essere ciò che la sua storia le ha insegnato a essere: un ponte verso il futuro, radicato nel suo passato straordinario.Il porto di Ravenna corre, ma rischia di inciampare sulle proprie strade e ferrovie. Nei primi nove mesi del 2025 il traffico merci ha superato i 20 milioni di tonnellate, con una crescita del 7,3% rispetto all’anno precedente. A trainare questa performance sono i prodotti liquidi e il comparto agroalimentare, entrambi in aumento di oltre il 21%, mentre crescono anche il traffico ferroviario, la crocieristica con 70 scali e circa 230 mila passeggeri, e il traffico container, sostenuto dalle ottime performance di TCR. Numeri che confermano un porto dinamico e competitivo, cuore pulsante dell’economia romagnola, del Nord-Est e di gran parte del sistema logistico nazionale.
Il passo avanti più significativo riguarda i fondali, grazie a un complesso iter di escavi iniziato nel 2017 con la mia delega al porto e il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale. Oltre 500 milioni di euro sono stati investiti in dragaggi, ampliamento dei bacini di evoluzione e potenziamento delle banchine lungo il Canale Candiano. L’Hub portuale si è consolidato come centro logistico avanzato, in grado di gestire traffico container, prodotti liquidi e crocieristico. La partnership con Royal Caribbean, che porterà alla costruzione di un nuovo terminal crociere entro il 2026, farà di Ravenna un homeport strategico per il Mediterraneo.
. La recente Ordinanza della Capitaneria di Porto incrementa i pescaggi in dieci tratti di banchina e in sei bacini di evoluzione lungo il Canale Candiano, con altri interventi già in programma. Un provvedimento atteso e frutto di un lavoro coordinato tra Autorità Marittima, Autorità di Sistema Portuale, Servizi tecnico-nautici e istituzioni locali, che coniuga sicurezza e competitività. Un passo avanti importante, che però rende ancora più urgente dotare il porto e il territorio di infrastrutture di collegamento adeguate a sostenere questo potenziale di crescita.
Eppure, risultati tanto positivi rischiano di essere vanificati dall’inadeguatezza delle infrastrutture esistenti e dalla lentezza nella realizzazione di quelle nuove. La Regione deve ora tradurre in realtà quanto previsto dal PRIT, consentendo al territorio ravennate di esprimere appieno il suo potenziale.
Lo sviluppo di Ravenna, infatti, non può essere isolato: deve integrarsi con Forlì, con il suo polo artigianale e l’aeroporto collegato anche alla crocieristica, e con Cesena, dove il comparto ortofrutticolo e la filiera del freddo sono essenziali per la logistica dei container refrigerati.
La politica dell’Edera a Ravenna si è sempre caratterizzata per la lungimiranza nella gestione dei temi portuali e infrastrutturali, vedendoli non solo come opportunità per il territorio ravennate, ma come veri e propri volani di sviluppo per il Nord-Est e per l’intero Paese.
Questa tradizione politica repubblicana sottolinea come il porto non sia soltanto un hub locale, ma un nodo strategico nazionale.
Ancora più oggi, con i dragaggi, l’Hub portuale e gli investimenti pluriennali in corso, diventa evidente quanto sia vitale non vanificare questi risultati con infrastrutture stradali e ferroviarie insufficienti.
La Regione ha un ruolo centrale. Serve un impegno concreto per realizzare le opere previste nel PRIT. Tra le priorità: la Ravegnana, su cui i sindaci di Ravenna e Forlì hanno già definito accordi chiari, e la variante di Mezzano, da completare rapidamente con ANAS. Non meno urgente è rafforzare i collegamenti verso nord: la E-45, vitale per il traffico merci, e la SS 309 Romea, che deve rispondere alle esigenze turistiche e logistiche del bacino ravennate e del porto.
Aggiungo che non basta inserire le opere nel PRIT: serve garantire anche i finanziamenti necessari ad ANAS per poterle realizzare. Troppo spesso, infatti, ci si batte per ottenere la priorità nei piani regionali, salvo poi sentirsi dire che mancano le risorse per attuarle. È una logica che il territorio non può più permettersi: occorre coerenza tra programmazione e capacità finanziaria, altrimenti il rischio è quello di avere progetti senza futuro. Qui Regione e Governo devono assumersi la responsabilità politica di trasformare le pianificazioni in risultati concreti, perché il porto di Ravenna è troppo strategico per essere trascurato.
I numeri parlano chiaro: il Porto di Ravenna è pronto a crescere ancora, generando sviluppo per tutta la Romagna e contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Ora serve che la Regione e il Governo passino dalle intenzioni ai fatti, pianificando, finanziando e realizzando le opere necessarie.
Se vogliamo trasformare questi risultati in sviluppo reale e duraturo, servono decisioni rapide e coraggiose. Il Porto di Ravenna ha dimostrato di avere tutte le carte in regola: non lasciamo che resti un’occasione mancata. Il tempo delle attese è finito.
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